Fra comunicare e conversare c’è una bella differenza

Viviamo nella civiltà della comunicazione. Mai come ora, gli esseri umani hanno avuto a disposizione così tanti mezzi per scambiarsi opinioni, idee, contenuti. Una possibilità tecnica che, pur tuttavia, non mi pare abbia sortito apprezzabili miglioramenti sul piano della qualità della conversazione.

Ciò che una volta (mica secoli fa, eh) veniva definita mediazione, oggi pare evaporata in una nebbia che impedisce di vederci l’un l’altro, ma alla fine è solo una scusa per evitarci (e parlarci). Per molti versi, l’aumento della portata del flusso comunicativo ha prodotto evidenti effetti di estremizzazione. Semplificando, abbiamo dimenticato come si fa a conversare, mettendo nel conto anche l’eventualità del compromesso.

Che in questo c’entri in tutto o in larga parte la tecnologia mi sembra un fatto abbastanza chiaro. In fondo, la comodità vince sempre, specie quando c’è in gioco molta energia emotiva. Come dire, è molto più semplice (e comodo) mandare qualcuno a quel paese con un messaggio inviato da WhatsApp, invece che dirglielo di persona guardandolo dritto negli occhi.

Siamo diventati tutti più squilibrati, nel senso che abbiamo lasciato (molto) sullo sfondo l’equilibrio del conversare, cioè il parlare e l’ascoltare.

Ora, tutta questa riflessione deriva da ciò che osservo quando faccio le mie presentazioni in pubblico. Va tutto bene fino al momento in cui non stimolo momenti di interazione con i partecipanti. Non sono in discussione le conoscenze che, come sappiamo, non possono essere misurate in maniera univoca, ma le competenze. In particolare, una: la capacità di sostenere una conversazione coerente.

Del resto, la scuola non ha fra i suoi programmi curricolari quella che dovrebbe essere la materia più importante del XXI secolo, ossia le abilità del comunicare. Però, nello stesso tempo, non nega a nessuno la possibilità (talvolta, addirittura l’obbligo) di confezionare un “PowerPoint” sui temi più disparati, scambiando seduta stante un software per un metodo di comunicazione.

Così, senza la pretesa di stilare un compendio universale, ho rilevato una serie di errori che impediscono alla conversazione di essere utile.

Manca l’esclusività dell’atto di conversare

Molto spesso, la conversazione abdica dal contatto visivo e cognitivo con l’interlocutore a favore di altri comportamenti o pensieri. Parliamo con qualcuno, ma intanto giocherelliamo con il cellulare o abbiamo la testa da un’altra parte (per esempio, su quello che faremo la sera). La conversazione non funziona per frammenti, o si è lì completamente o non lo si è affatto.

Parlare con un’altra persona non è un gioco a somma zero

Anche affrontando tematiche un tempo ritenute tutto sommato innocue, come il tempo e la salute, oggi non si sfugge dalla polarizzazione che non ammette replica (si pensi al riscaldamento globale sì o no, ai vaccini sì o no).

La conversazione ha un senso solo se la si comincia con il presupposto di imparare qualcosa dalle opinioni dell’altro, ancorché avverse. Lo so è difficile, ma se nessuno insegna (a cominciare dalla scuola) che a volte in un dialogo è necessario anche mettere da parte se stessi, difficilmente riusciremo a crescere. La metto così, chiunque incontriamo è sempre portatore di un’esperienza che potrebbe farci imparare qualcosa di nuovo.

Dire quello che non si sa

Nonostante nell’epoca che viviamo di tutto quello che diciamo (scritto o parlato non fa differenza) rimane una traccia indelebile e quindi persistente, non ci curiamo delle conseguenze delle nostre affermazioni. Un buon approccio alla conversazione costruttiva è quello di ammettere di non sapere (Socrate docet) e pensare sempre di essere registrati. Meglio peccare di eccesso di cautela che passare per dei fanfaroni.

Le esperienze, per quanto apparentemente simili, non hanno mai lo stesso peso specifico

Estremizzando, non consoliamo una persona che ha perduto un proprio congiunto dicendogli che ci è capitato anche a noi. Non è mai la stessa cosa, almeno per due ordini di motivi: perché tutte le esperienze sono personali e, soprattutto, non dobbiamo dimostrare ogni volta di essere i migliori.

Ripetere la stessa cosa non la fa diventare più importante

Per effetto di chissà quale istinto (forse, incondizionato) siamo portati a ripetere lo stesso concetto più volte. Questa non è conversazione, è noia.

I dettagli fanno deragliare la conversazione

Ho conosciuto degli autentici “Dottor Divago” che costruivano conversazioni come fossero scatole cinesi. Per conversare efficacemente, tutti i dettagli che non portano valore al dialogo vanno tenuti fuori.

Ascoltare col solo scopo di rispondere, non per capire

Buddha diceva che quando abbiamo la bocca aperta, non impariamo. L’idea di possedere il controllo della conversazione solo quando parliamo ci porta dritti dritti al dialogo a senso unico, cioè con noi stessi. La conversazione faccia-a-faccia non è solo un fatto spaziale (essere nello stesso luogo), ma si definisce attraverso l’attenzione ai significati espressi dall’altra persona (presenza cognitiva). Diversamente, si stratta solo di frasi sconnesse e casuali.

Allungare il brodo non rende la minestra più buona

Non ho mai conosciuto nessuno che si sia lamentato per un discorso troppo breve. Ovviamente, a patto che avesse una densità tale da essere apprezzato e compreso per la sua utilità. Si dice che una buona conversazione debba essere come la minigonna: abbastanza corta da suscitare curiosità, ma sufficientemente lunga da coprire l’oggetto.

Pertanto, alla fine di tutto, resta la cosa più importante. Comunicare è il presupposto del conversare, ma solo se l’interazione è così autentica da sprigionare la magia dello stupore.

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Fra comunicare e conversare c’è una bella differenza
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Fra comunicare e conversare c’è una bella differenza
Descrizione
Tutti sappiamo comunicare più o meno bene. Il difficile è conversare, cioè comprendere le ragioni dell'altro anche a costo di mettere da parte noi stessi.
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Sergio Gridelli Blog
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