Trovare un senso in tutto quello che facciamo

Nonostante un divario imbarazzante (e colpevole) circa il livello di benessere fra le varie parti del mondo, mi ha sempre incuriosito il fatto che dove si vive meglio in termini di salute, ricchezza e, perché no, cultura, molte persone manifestano inequivocabili segni di insoddisfazione e solitudine, fino ad arrivare a vere e proprie sindromi depressive.

È come se al “troppo pieno” economico facesse da contraltare un “grande vuoto” interiore. Non c’è bisogno di sperimentare direttamente la patologia depressiva per avvertire il senso della mancanza di qualcosa.

Eppure la felicità ce l’abbiamo dentro. Tuttavia, finiamo per non vederla più perché siamo costantemente tormentati dai traguardi che, per una ragione o per l’altra, non riusciamo a raggiungere.

Perché la felicità è così intermittente?

La mancanza di felicità o, a voler essere più realistici, la sua fugace apparizione, ha sempre a che fare con il senso che ognuno di noi attribuisce al proprio passaggio esistenziale. Detto in tutta franchezza, il tasso di felicità è direttamente proporzionale al significato che diamo alla nostra vita.

Tutta la faccenda, vista da questo verso, non può che far coincidere la felicità con la consapevolezza di avere un compito e di amare fortemente quel compito.

Con tutte le delusioni e le sconfitte del caso, quanti possono dire di vivere in maniera significativa? D’accordo, abbiamo un lavoro che ci permette di fare una vita dignitosa, spesso una famiglia che amiamo e, in molti casi, non c’è nulla che non possiamo avere (o possedere), ma allora perché non siamo felici?

L’idea che mi sono fatto io è che ci siamo circondati di un benessere esclusivamente materiale, dimenticando pian piano, complice anche l’egoismo, uno “stare bene” basato invece sulla totale intangibilità. In questo spazio impalpabile c’è la chiave del significato della vita e, quindi, della sua felice dimensione esperienziale.

Le relazioni

Di certo non è un caso che lo stesso Maslow, nella sua celebre piramide, collochi le relazioni sociali subito dopo i bisogni fisiologici e a quelli appartenenti alla sfera della sicurezza.

Nella fattispecie, le relazioni più significative sono quelle in cui il proprio valore non è estraneo a quello che riconosciamo agli altri. A meno che non siamo degli eremiti refrattari a qualsiasi barlume di socialità, i legami sono impliciti nel concetto stesso di vita.

Ma cosa vuol dire coltivare relazioni che danno significato alla nostra vita? Vuol dire attrarre empatia in modo del tutto disinteressato, senza ogni volta fare il bilancio di cosa ci guadagniamo. Ovvero, dare senza aspettarsi nulla in cambio. È così che smettiamo di essere respingenti tutte le volte che salutiamo un amico con la sufficienza della circostanza, che controlliamo le notifiche dello smartphone quando qualcuno ci parla, che quando si tratta di aiutare una persona ci preoccupiamo solo di cosa ci perdiamo.

Pur con gli inevitabili distinguo, è dentro il concetto stesso di volontariato che si possono trovare le relazioni che ci fanno stare bene.

Gli obiettivi

Avere degli obiettivi non significa, ancora una volta, pensare solo al proprio immediato tornaconto. Gli obiettivi che determinano il significato alla vita sono quelli in cui quello che si dà viene prima di quello che si vuole (o vorrebbe) per sé.

Fra tutti, il lavoro è uno degli scopi che perseguiamo per gran parte della vita. Ma ci rende felici solo se lo esercitiamo nell’ottica di servire gli altri, lasciando sullo sfondo il necessario sostentamento che ci fa derivare. Per un medico ciò significa fare di tutto per guarire le persone malate, per un insegnante arricchire la cassetta degli attrezzi cognitivi dei suoi studenti, per un architetto costruire la bellezza dove c’è bisogno.

Le trascendenze

Stiamo davvero bene solo quando valichiamo i limiti della nostra vorticosa quotidianità. È in questi momenti che la percezione di noi stessi si stacca dallo spazio e dal tempo.

Ognuno può sperimentare questa “leggerezza” come meglio desidera, pregando un dio, leggendo un libro o perdendosi dentro un’opera d’arte. Io trascendo ogni volta che mi metto a scrivere. È così che mi sorprendo a osservare il mondo da una specie di realtà superiore, o comunque da un livello differente.

Come quasi tutti gli anziani, mi sveglio molto presto. Proprio quando l’alba della ripartenza del giorno è ancora lontana, ho fatto una scoperta per me emozionante (e trascendente).

C’è un momento, nel cuore della notte, in cui gli uccelli notturni smettono di cinguettare e quelli diurni non hanno ancora iniziato. È un tempo variabile, forse dipende dalle stagioni, che si carica di un silenzio surreale, pieno, denso. In tutto questo mi perdo a pensare, senza pensare di pensare.

Le narrazioni

Raccontarsi a se stessi aiuta a fare chiarezza. La nostra vita non è un campionario di eventi oggettivi, è soprattutto una trama che possiamo modificare, reinterpretare, migliorare. Tutto dipende da come la raccontiamo.

Un grave incidente, come quello occorso a Alex Zanardi, può essere narrato in diversi modi. Lui ha scelto di diventare l’autore della sua storia: “Quando mi sono risvegliato senza gambe ho guardato la metà che era rimasta, non la metà che era andata persa”.

Tutti abbiamo dei ricordi dolorosi, nel fisico e nella mente, ma è proprio da quelli che nasce la saggezza necessaria che ci fa vedere tutto il bene che, nonostante tutto, continua a sostenerci.

Sommario
Trovare un senso in tutto quello che facciamo
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Trovare un senso in tutto quello che facciamo
Descrizione
La felicità è in contatto con il senso della vita. Sono i capisaldi della nostra esistenza: le relazioni, gli obiettivi, le trascendenze e le narrazioni.
Autore
Pubblicato da
Sergio Gridelli Blog
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