Sono felice da fare schifo

Non passa giorno senza che ci assumiamo la responsabilità di prendere una qualche decisione. Piccola o grande non importa, ciò che ci turba è l’incertezza dell’esito e, immagino, tutti vorremmo avere al nostro fianco un indovino con la verità in tasca.

Gira e rigira è sempre il risultato che ci mette ansia, ovvero il prodotto fra il guadagno (non sempre e non solo monetario) e il valore che questo guadagno rappresenta per noi.

Per farmi capire, poniamo che troviamo sul marciapiede due banconote da 50 euro. Con una malcelata indifferenza, tipica di queste situazioni, le raccogliamo e “furtivamente” ce le mettiamo in tasca. Arrivati a casa, ci accorgiamo che, complice la concitazione del momento, una l’abbiamo perduta e ce n’è rimasta una sola. Perché questa evenienza non ci fa essere felici? Dopotutto, abbiamo 50 euro in più. La realtà delle cose fa sì che la nostra felicità venga messa in crisi dall’altra banconota che non abbiamo più.

Perché non siamo felici

Siamo fatti così, pensiamo costantemente alle cose che ci mancano e quasi mai facciamo un bilancio di tutto ciò che invece abbiamo.

E pensare che il nostro (probabilmente) unico obiettivo che perseguiamo per tutta la vita è quello di essere felici. Ogni decisione è orientata, vorrei dire votata, alla ricerca della felicità.

A questo punto, la domanda è semplice: quali sono le condizioni che pensiamo potrebbero farci felici?

Quando faccio questa domanda, e mi è capitato proprio di proporla in questi giorni durante un corso di formazione aziendale, colleziono una lunga teoria di “mi piacerebbe”. Mi piacerebbe guadagnare di più, viaggiare di più, avere un’auto costosa, sono le risposte più frequenti che (con mio stupore) precedono quasi sempre il desiderio di avere una bella famiglia, una buona salute, più tempo libero.

Ad ogni buon conto, si tratta sempre di “aspirazioni” che, anche nel caso si riuscissero a concretizzare, non sono mai durevoli. Le ricchezze possono polverizzarsi, i matrimoni finire, la salute compromettersi.

Allora dobbiamo concludere che la felicità non esiste e non vale nemmeno la pena cercarla?”, mi ha detto qualcuno. Vi svelo un trucco, le cose non stanno per niente così.

Tutta colpa dei modelli mentali

Tutte le volte che pensiamo a cosa potrebbe farci felici è come se innescassimo un ciclo condizionale: “Sarò felice solo quando si verificherà questo o quest’altro evento”. Spostando sempre la felicità su qualcosa che “ci piacerebbe” avvenisse è il metodo più sicuro per trascorrere la nostra intera vita come persone infelici.

Non è difficile convincersi che si tratta essenzialmente di una condizione mentale o, come dicono i filosofi, di un modello rappresentazionale che per sua stessa natura non può che essere differente da persona a persona.

Un modello cognitivo è un “programma” mentale che elaboriamo per interpretare il mondo. Ognuno di noi dispone di modelli mentali per ogni evenienza, dalla scelta del libro da leggere all’atteggiamento da tenere sul luogo di lavoro, e tutto questo per cercare di stare al sicuro dentro la nostra comfort zone o, come sarebbe più giusto dire, per cercare di essere felici.

Va da sé che finiamo per scambiare queste decisioni come elementi oggettivi e universali e, di conseguenza, pensiamo che il mondo funzioni esattamente così. Il risultato? Ogni miglioramento cui aneliamo con l’obiettivo di essere felici è sempre incardinato dentro un modello mentale del tipo “Se succede questo-Allora sarò felice”.

Se solo avessi tempo per leggere”, “Se solo non avessi colleghi così antipatici”, “Se solo potessi andare al cinema qualche volta”, sono tutti cicli “se-allora”. In definitiva, ci siamo convinti o, meglio, abbiamo convinto i nostri modelli mentali, che la felicità stia essenzialmente nel raggiungimento di un nostro desiderio. Ovvero, per avere B devo necessariamente ottenere A.

Finiamo così per trascorrere tutta la vita a rimodulare i “se”, senza accorgerci che non sono sbagliate le aspirazioni (i sogni aiutano a vivere), ma è tutto il modello a essere sbagliato e a non essere adeguato per il raggiungimento della felicità.

Le cose più belle nella vita non sono cose. È questa la ragione per cui ci emozioniamo quando vediamo un tramonto, un arcobaleno, un paesaggio. Ci piacciono senza riserve, con tutte le loro imperfezioni. Qualcuno ha mai sentito dire “Se solo questo tramonto potesse essere un po’ più arancione sarei davvero felice”? Certo che no, in quell’istante abbiamo accettato il mondo così com’era e, all’improvviso, ci siamo sentiti felici, senza “se” e senza “allora”.

Magari non al cento per cento, ma molte delle cose che facciamo sono sotto il nostro controllo, non fosse altro che gran parte dei nostri giorni trascorrono senza danni irreparabili. Ciò che invece ci sfuggono completamente di mano sono i risultati. Quelli che il nostro modello mentale ci vorrebbe far immaginare come condizione irrinunciabile perché tutta la baracca possa stare in piedi.

Impegniamo tutte le nostre energie per raggiungere un risultato. E cosa succede quando non riusciamo o possiamo raggiungerlo? Ve lo dico io, anche se non è difficile immaginarlo. Cadiamo preda delle frustrazioni, delle preoccupazioni, delle delusioni. In una parola, diventiamo ostaggi dell’infelicità.

Allora, qual è la chiave per essere felici “da fare schifo”?

La soluzione è nel processo

Mettiamola così. Il risultato non è il giudice della nostra felicità, è solo la direzione che vogliamo imprimere alla nostra esistenza. Tuttavia, se facciamo dipendere tutta la nostra felicità dal suo raggiungimento, abbiamo solo trovato il modo per essere perennemente infelici.

Ciò che conta davvero è solo una cosa, il processo. Cioè, dare il massimo per arrivare all’obiettivo, facendo tutto quello che era nelle nostre possibilità.

Come facciamo a sapere se ce l’abbiamo messa tutta? Lo possiamo scoprire solo quando ci guardiamo allo specchio: se la risposta che sinceramente diamo a noi stessi è positiva, non possiamo che essere felici, indipendentemente dal raggiungimento del risultato. Se il nostro impegno ci rende infelici, significa che non abbiamo investito a sufficienza nel processo.

La nostra esistenza è un viaggio che, in un modo o in un altro, tutti facciamo. Possiamo viaggiare con l’unico obiettivo di raggiungere una meta (il risultato) che potrebbe non arrivare mai, oppure innamorarci del tragitto (il processo) e fare in modo che il traguardo più ambito sia il nostro impegno. Se questo succederà, di colpo vedremo tutto con occhi nuovi. Sono gli occhi che hanno solo le persone felici.

Sommario
Sono felice da fare schifo
Titolo
Sono felice da fare schifo
Descrizione
Esiste una ricetta per essere felici? È la domanda che tutti ci facciamo senza accorgerci che la risposta ce l'abbiamo dentro di noi.
Autore
Pubblicato da
Sergio Gridelli Blog
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2 risposte a “Sono felice da fare schifo”

  1. Ciao Sergio, grazie per queste pillole di saggezza. Ho letto solo “sono felice da fare schifo” e mi ci sono ritrovato in pieno. A me il “Qui e ora” mi fa una pippa. Pur riconoscendo di aver ricevuto tantissimo dalla vita mi soffermo raramente sul passato o sul presente; sono sempre alla ricerca di esperienze nuove e questo mi genera agitazione e scontentezza. Lo attribuisco alla mia sfrenata curiosità…..o c’è qualcosa di piu?

    1. La curiosità, parafrasando il grande Tonino Guerra, è il sale della vita. Aggiungo che senza la curiosità non vi può essere nessuna direzione possibile.
      Per tornare al punto, la mia idea di felicità assomiglia molto al “Sabato del villaggio” di Leopardi, dove è sempre l’attesa (il desiderio) a farla da padrona sul piacere. Questo è il senso dell’impegno che metto nel viaggio, più che nella meta.
      Così, la mia felicità la misuro con l’energia che investo nelle cose che faccio, indipendentemente dal raggiungimento del risultato (ovvio, se viene tanto meglio).
      In definitiva, sono convinto che la felicità sia qualcosa di innato (che tutti abbiamo dentro), ma il nostro vedere solo “le cose che ci mancano” ce la fa perdere, facendoci inseguire una perenne insoddisfazione.
      Ogni giornata è buona per essere felici.
      Franco, un caro abbraccio.

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