Quello che la scrittura mi ha fatto capire fin qui

Immagina un delfino rosa dentro una biblioteca mentre cerca fra gli scaffali un libro di statistica. A meno che tu non abbia qualche allucinazione ricorrente (nel caso, fatti vedere da qualcuno), probabilmente è la prima volta che ti capita di elaborare un siffatto pensiero. Nonostante la strampaleria, sono sicuro che non avrai avuto alcuna difficoltà a ricostruire la scena nel tuo cervello.

È questa la più straordinaria delle capacità umane, ovvero riuscire a creare vividamente dei mondi che non esistono o, meglio, degli universi di senso assolutamente nostri. La realtà, ce lo ricorda il buon Schopenhauer, è sempre il prodotto della nostra rappresentazione. Il bello è che queste costruzioni cognitive per il medesimo referente sono diverse da persona a persona.

Metti insieme il linguaggio, il pensiero e un pizzico di castelli in aria ed ecco il conto di quello che siamo: una macedonia di felicità e di paura. Spesso mescolate insieme da sembrare più che altro un frullato omogeneo. Quando siamo felici ci assale la paura che lo stato di grazia possa finire, mentre anche il più terribile degli spaventi, ci diciamo, non può durare per sempre.

Abbiamo tutti l’età che ci piace pensare di avere (la mia è 38 anni, per dire) e in fondo siamo fino alla fine solo dei ragazzi con un’anagrafe beffarda.

La convergenza inevitabile è la riflessione sulla nostra vita. Sempre fuori dal tempo e dallo spazio, anche quando siamo convinti di fare cose concrete e oggettive. Una di queste è la scrittura.

Trasferire delle idee, per loro natura continue e analogiche, in un sistema di segni giocoforza discontinuo (e per certi versi simile alla nomenclatura digitale), lascia campo aperto a uno strato intermedio che aggiunge e toglie a entrambi gli estremi. Da una parte, il pensiero per essere scritto subisce inevitabilmente delle semplificazioni, sul lato opposto la scrittura, con la sua implicita imprecisione, introduce nuove tracce che stimolano ulteriori idee. Il movimento è perpetuo e senza soluzione di continuità dialettica.

Così, ne è venuta fuori una lista di istruzioni, ma che dico, un insieme di cianfrusaglie sparse nei cassetti della mia mente. Ritagli senza né capo né coda che tuttavia mi riportano in equilibrio tutte le volte che mi sento disorientato.

Siamo dentro un colossale paradosso

Il mistero del perché siamo nati qui, in questo tempo e in questo preciso posto, ci consegna la fragilità del nostro passaggio. “Nessun tempo al di sotto dei diecimila anni conta qualcosa”, è la lucidissima ammonizione di Amélie Nothomb.

Quando ci arrabbiamo per qualcosa o quando ci mettiamo in tasca la verità “assoluta” dimentichiamo che è solo per puro caso che ci è toccata la bellezza della Pietà di Michelangelo e non la povertà straziante di altri luoghi, un minuetto di Mozart e non i bombardamenti di una guerra, la ricerca spasmodica dell’effimero e non quella ben più concreta di un pezzo di pane.

Andiamo avanti solo se ci fermiamo

Staccare la spina, quante volte ce lo siamo detti? Riprendere fiato, fare il punto della navigazione, conquistare un tempo intimo, sono gli elementi minimi per comprendere la direzione della nostra rotta. Insomma, per avanzare occorre rimanere spenti per un po’. Spesso funziona anche con i computer.

La più straordinaria risorsa siamo noi

Nulla ci può aiutare meglio della nostra consapevole determinazione. Sì d’accordo, là fuori ci sono gli abbracci, le carezze, le parole al momento giusto, ma è sempre il nostro lavoro interiore che ci sintonizza sulla stessa lunghezza d’onda di quegli stati emotivi. Diversamente, sarebbero solo delle meccaniche anatomiche e fisiologiche.

Il nostro è il viaggio dell’eroe che vince e che perde. Si tratta di battaglie continue che ci incasinano la vita all’ennesima potenza per poi scoprire che il nemico là fuori non è altro che quella parte di noi che non ci piace.

In questa consapevolezza, l’appuntamento con la serenità lo prende la scrittura. Tutto succede quando il foglio bianco o il display diventano lo specchio di quell’inquietudine che abbiamo dentro e che per troppo tempo abbiamo delocalizzato nel territorio esistenziale di qualcun altro.

Il segreto è nella brutta copia

Tranne pochissime eccezioni, che peraltro non conosco, ogni capolavoro della letteratura prende vita da delle bozze sconclusionate e grammaticalmente confuse. Tutto il valore che noi riconosciamo nel risultato finale è incastonato lì dentro.

È il punto zero dello strato intermedio fra pensiero e linguaggio, dove anche la più piccola delle cose sfugge al controllo formale delle regole. In questo modo, quando arriva il momento della revisione in bella copia il distillato che ci aveva strattonato il cuore passa indenne.

Ogni cosa ha dentro una buona notizia

C’è una crepa in ogni cosa, è così che entra la luce”. Leonard Cohen ci invita a guardare attentamente fra la spazzatura, in mezzo alle delusioni, dentro le imperfezioni che spesso siamo portati a scartare. Solo così possiamo fare le scoperte più incredibili.

Ci concentriamo sul visibile, anche se ha dimensioni appena percettibili, e non vediamo la tanta luce che ci sta intorno. Se non sappiamo da dove cominciare, basta ricordarsi che ogni istante (anche adesso) accadono delle cose che ci riguardano. Per quanto possano farci soffrire hanno un indiscutibile pregio, sono nostre.

Cominciare a raccontarle ci rende inevitabilmente delle persone migliori.

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Fra il pensiero e una delle sue realtà immediate, ossia la scrittura, c'è uno strato intermedio. Qualcosa che non è per niente inerte.
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Sergio Gridelli Blog
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