Tutte le scuse per non fare formazione

Molto più che in passato, anche grazie all’accelerazione impressa (e imposta) dalla rete, le conoscenze tendono a invecchiare rapidamente e secondo traiettorie spesso difficilmente prevedibili. Per quelli che non se ne fossero ancora accorti, il sapere (e di converso la formazione) è diventato il principale fattore della produzione. In qualsiasi ambito.

In questo scenario a elevata competitività diventa pertanto essenziale l’aggiornamento continuo delle tecniche, delle strategie e degli strumenti.

Appare addirittura ovvio dire che le nozioni certificate da una laurea vecchia anche solo di vent’anni, oggi richiedano (almeno) una revisione, così come le conversazioni (sì, proprio quelle citate dal famoso Cluetrain Manifesto) debbano confrontarsi con “nuovi” strumenti, nell’impiego e nella portata assai differenti, per dirne una, dal telefax. Ancora una volta, la profetica intuizione di McLuhan assume qui tutta la sua ineccepibile importanza.

Dunque, sembrerebbe ineluttabile l’inserimento della formazione dentro qualsiasi processo aziendale. E invece? Invece, a parte quella obbligatoria (eh, per forza!), c’è ancora chi la ritiene tutto tempo sottratto al “lavoro”, come se quest’ultimo fosse qualcosa che vive di moto proprio.

Chi respira la formazione “da dentro” si sarà accorto che le organizzazioni aziendali più refrattarie a questo tipo di attività, accampano più o meno le stesse motivazioni (scuse?) e anche quando le perplessità vengono “forzate”, gli esiti ne risentono (“Cosa vi dicevo? Visto che la formazione è tutto tempo sprecato…”).

Come si dice, credere nella cura (in questo caso, la formazione) è la metà della guarigione, ma per essere convinti della bontà di una cosa occorre mettere da parte i motivi (spesso assai pretestuosi) che ne limitano di fatto l’efficacia. Ovviamente, la consapevolezza di tutto ciò è in capo… al capo.

Se l’azienda non va bene non è colpa mia

Faccio questo mestiere da trent’anni e lei vuole insegnarmi come gestirla?”. Quante volte abbiamo sentito questo ritornello? Il management è sempre il meglio che si possa desiderare, se le cose non vanno come dovrebbero gli imputati sono sempre i collaboratori (chi li sceglie?), il mercato che non tira (chi pianifica?), la concorrenza (chi fa le strategie?).

Normalmente, in queste aziende la comunicazione esterna è la diretta emanazione di quella interna (quando c’è).

Perché l’attività formativa possa produrre effetti significativi è necessario che ci sia, se non la condivisione di una vision in senso lato, almeno la conoscenza da parte di tutti del verso in cui va l’azienda. Ciò si ottiene solo con riunioni periodiche fra direzione e collaboratori.

Discutere dei successi e delle criticità con lo scopo di non giudicare, ma di capire, è il modo migliore per comprendere cosa “vedono” gli altri e quali strumenti di conoscenza sarebbero necessari.

Non ho tempo

Ci sono poi i manager che pur considerando la formazione una risorsa, non riescono a trovare il tempo per metterla in pratica, per sé e per i propri collaboratori.

A parte che se “non trovi il tempo” hai un problema (serio) di organizzazione, anche quando si supera questo ostacolo si avverte subito come da una parte si è sì ricavato lo spazio nell’agenda, ma dall’altra manca completamente nella testa.

In questi casi, la frenesia del capo (telefonate a getto continuo, annullamento e conferma di appuntamenti senza sosta, l’urgenza eretta a modus operandi) riverbera in tutta l’aula. Il risultato? Tutti si sentono autorizzati ad assentarsi per fare qualcosa che è sempre “più importante”.

Ma cosa c’è di più importante che investire del tempo nella propria crescita personale? Se nessuno dei presenti è in grado di delegare qualcuno a gestire la routine o le emergenze al loro posto, significa che hanno raggiunto il livello massimo di carriera all’interno di quell’azienda.

Voglio conoscere tutti trucchi e subito

Come amo ripetere spesso in aula, la formazione non è il pane pronto da mangiare. La formazione è qualcosa che assomiglia molto di più al lievito. Ovvero l’innesco della curiosità, del desiderio di approfondire, della voglia di sperimentare se funziona davvero.

Tutte le volte che pongo delle domande tese a indagare l’auto-riflessione (molto spesso pensate proprio per mettere in discussione le zone di comfort individuali), ricevo come risposta “Sei il coach, dimmelo tu”.

In sostanza, tutto appare orientato a conoscere le tecniche essenziali il più rapidamente possibile, dimenticando che se non si arriva a comprendere il senso di una strategia attraverso il coinvolgimento emotivo, molto difficilmente potrà essere applicata con successo.

Sebbene anche a me capiti di suggerire come gestire casi particolari concreti e spesso in essere nell’azienda, lo scopo principale del formatore non è quello di fornire soluzioni on demand, ma far scoprire i meccanismi che regolano (e dominano) i comportamenti individuali. Solo in questo modo si può lanciare una vera e propria sfida alle convinzioni auto-limitanti che di fatto bloccano la crescita degli individui.

Il segreto delle persone di successo non è un software che si può copiare e installare ovunque. Ognuno ha i propri tempi, le proprie sensibilità, le proprie ambizioni. Come dire, l’hardware di ciascuno di noi possiede caratteristiche uniche e fa “girare” solo programmi altamente personalizzati.

Ciò che invece è immutabile è il desiderio di eccellere. In questo caso, gli strumenti della formazione (il lievito) servono per superare l’insicurezza e fare intravvedere il traguardo della propria realizzazione.

Sommario
Tutte le scuse per non fare formazione
Titolo
Tutte le scuse per non fare formazione
Descrizione
Il sapere è il nuovo strumento della produzione. Non fare formazione ha delle notevoli ricadute negative sulla competitività aziendale.
Autore
Pubblicato da
Sergio Gridelli Blog
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