Presentare i dati senza i dati

Me lo sento ripetere tutte le volte: Facile fare delle presentazioni con delle slide creative quando hai a che fare con concetti astratti, prova a rendere accattivante una tabella di Excel! Anche se ai maniaci dei numeri potrà sembrare di sentire una bestemmia, è sempre (e qui sempre sta per sempre) possibile trasformare in qualcosa di più “maneggevole” qualsiasi statistica, report o rendiconto economico.

Certo, il copia-incolla di un foglio di calcolo dentro una slide è un’operazione molto rapida e anche parecchio allettante, ma ci siamo mai chiesti che impatto cognitivo avrà sul pubblico? E ancora, cosa resterà nella memoria di quelle persone?

Ovviamente, trasformare dei numeri in qualcosa di memorabile richiede tempo e una buona dose di esperienza, ma il risultato finale è di gran lunga molto più apprezzabile.

Qual è il trucco?

Poniamo di dover rappresentare i dati relativi alla mortalità dovuta a cause attribuibili all’abuso di alcol. In Italia, la stima è di circa 40.000 decessi all’anno.

Di primo acchito, possiamo prendere una tabella già pronta all’uso con le serie storiche, i dati suddivisi per regione, le varie patologie e incollarle sic et simpliciter dentro una slide.

In alternativa, possiamo realizzare un’infografica semplificata dove raffiguriamo 7 omini rossi a mo’ di contrasto in mezzo a 93 omini grigi (7% della popolazione), ma volendo lasciare alla platea un ricordo indelebile la soluzione è un’altra… e non servono le slide.

Chiamiamo sul palco 15 persone e facendo riferimento alle statistiche e alle fonti, annunciamo che è altamente probabile che una di loro morirà per problemi legati all’alcolismo. Difficilmente potrà essere dimenticata una tale scossa emotiva. Sia per le persone sul palco che per quelle sedute in platea.

I dati sono un valore solo se sai come comunicarli

Le organizzazioni pubbliche e private sono piene zeppe di dati. Al netto degli elementi che ignorano di avere, il difetto più grande è quello di comunicarli maldestramente sperando che sia il loro pubblico a trarre le necessarie conclusioni. Insomma, manca una tecnica di rappresentazione che funga da collegamento fra i vari puntini, come nella Settimana Enigmistica.

L’estrazione dei dati è una cosa, la loro narrazione è tutta un’altra faccenda. Raccontare i dati significa conferirgli una sostanza, un colore, un sapore. Ovvero, un volto.

Gli stessi dati per pubblici diversi? No, grazie

Un numero è un numero, e su questo non ci piove. Ma racconteremmo allo stesso modo i dati sulla sicurezza negli aeroporti ai responsabili delle compagnie aeree e alle persone che hanno paura di volare?

Ogni pubblico ha necessità di narrazioni diverse per il semplice fatto che dispone di conoscenze diverse.

Conferire una personalità ai dati

Come nella più classica delle favole, anche fra i dati ci sono quelli buoni e quelli cattivi. C’è l’eroe (i dati buoni) in conflitto con il drago (i dati cattivi) e attorno alle loro azioni si imbastisce la vicenda. Quindi, ci saranno delle avversità da superare e i dati assumeranno caratteristiche “umane” nel momento in cui coinvolgeranno sentimenti, delusioni e successi.

Il conflitto, esperienza motivazionale tipica del comportamento umano, si trasferisce sui dati attraverso narrazioni che danno “vita” agli attriti fra le varie cifre.

E alla fine di tutto?

Anche se ben raccontati, i dati sono solo delle informazioni più o meno aride se tutta la storia che abbiamo costruito non prefigura un invito all’azione. Come dire, alla fine di tutto lo storytelling ci deve essere un traguardo o, per meglio dire, una morale che stimoli il “fare” qualcosa (un acquisto, l’iscrizione alla mailing list, il download di un white paper, ecc.).

I dati faranno sempre più la differenza. Perché diventino il carburante di ogni struttura aziendale o istituzionale vanno “staccati” dai fogli di calcolo e inseriti in narrazioni a lunga conservazione.

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Presentare i dati senza i dati
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Presentare i dati senza i dati
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Sappiamo bene che la proiezione di una tabella piena di dati produce un effetto devastante. La nostra ancora di salvezza è la narrazione.
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Sergio Gridelli Blog
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