Parlare in pubblico: quando non sei autentico, si vede

Uomo vestito elegante con scarpe da clown

Senza bisogno di grandi studi, ognuno di noi si accorge subito se colui che parla non è coerente con il suo registro espositivo. Sono tutte quelle volte in cui riflettiamo fra noi e noi: “Parla bene, ma a pelle c’è qualcosa che non mi convince”.

Quel “a pelle” non è altro che un segnale istintivo volto a metterci in guardia rispetto alla distonia fra la rappresentazione e la convinzione. Insomma, per quanto l’esposizione possa essere forbita ci accorgiamo che manca il cuore. E questa assenza vanifica tutto.

Parliamo con la bocca, ma comunichiamo con il corpo

Quando i segnali non verbali smettono di coincidere con le parole che diciamo, trasmettiamo immediatamente uno stato di confusione, scarsa affidabilità e pochissima fiducia. È tipico dei discorsi scritti da altri, ad uso e consumo della “patetica recita” del relatore.

Siccome è molto difficile mentire con il corpo (“Dimmelo guardandomi negli occhi!” è una delle prove più difficili da superare quando sappiamo di dover pronunciare una menzogna), l’operazione più efficace è quella di saper governare lo stress.

La consapevolezza emotiva è la condizione essenziale per gestire la tensione che, detto fra noi, in dosi controllabili è anche una buona cosa. In sostanza, per apparire credibili la passione con la quale ci esprimiamo conta più della perfezione lessicale.

Per questo motivo, anche quando la logistica della sala conferenze consiglierebbe il contrario, “forziamo” il protocollo e parliamo in piedi, possibilmente davanti al tavolo dei relatori. Il corpo, nella sua interezza, è una formidabile superficie di comunicazione.

Ascoltare è l’atto di sintonizzarsi con la testa degli altri

Come si fa a comunicare bene? Potrà apparire un controsenso, ma la cosa più importante per comunicare efficacemente è saper ascoltare in maniera attiva. Perché attiva? Spesso, quando ascoltiamo (o facciamo finta), l’unica cosa che davvero ci interessa è rispondere, anziché cercare di capire.

Cosa c’è di più irritante dell’oratore che ci promette di darci una risposta alla fine del suo intervento e poi non lo fa? Concludiamo che ci ha detto una frase di circostanza e che in realtà non ci ha ascoltato.

Come si riconosce l’ascolto attivo? La chiave di tutto è nello sguardo (bando alle distrazioni, guardiamo l’interlocutore dritto negli occhi!), nell’attenzione sincera (con dei nostri piccolissimi suggerimenti verbali incoraggiamo la persona a continuare), nel non interrompere (lasciamo terminare, avremo tutto il tempo per argomentare il nostro punto di vista), nel rispetto con cui valutiamo ogni domanda (sincerità, onestà e massima apertura al dialogo in qualsiasi circostanza).

La passione dà la misura del nostro sapere

Per acquisire sempre maggiore sicurezza nel parlare in pubblico e, di converso, trasmettere la passione che abbiamo per i nostri argomenti, c’è solo un modo: studiare.

Cosa possiamo fare per trasformare la conoscenza in passione? Innanzitutto, cominciamo col fissare delle regole. Per esempio, impegniamoci a leggere almeno un libro al mese sugli argomenti afferenti ai nostri interessi e, già che ci siamo, annotiamo le fonti bibliografiche.

Di tanto in tanto, facciamoci anche qualche domanda “scomoda” sulla nostra materia e andiamo alla scoperta della risposta, definiamo un perimetro di approfondimento e mettiamo a punto un nostro personale sistema di archiviazione delle fonti.

Le domande non sono un interrogatorio

Quando alla fine del nostro intervento arriva il “temutissimo” momento delle domande, veniamo assaliti da due tentazioni opposte:

  • “Ci sono domande?”, pronunciato alla velocità della luce. Per paura che qualcuno le faccia per davvero, abbiamo già salutato tutti con un piede fuori dalla sala.
  • Inventiamo delle risposte per tutte le domande, anche per quelle di cui non abbiamo la benché minima idea.

Evidentemente, queste pratiche sono entrambe sbagliate. Tuttavia, quella che fa più danni alla nostra reputazione è la seconda. È umano non sapere tutto, è invece disdicevole fare i fenomeni improvvisando su questioni che non conosciamo.

Niente di drammatico nell’ammettere che non sappiamo argomentare su una determinata faccenda. Anzi, così facendo ci rendiamo più autentici.

Ovviamente, il nostro tasso di reputazione aumenta se rimaniamo in contatto con la persona del pubblico che, in un certo senso, con la sua domanda ci ha messo in difficoltà. Magari, dopo esserci fatti un’idea sulla questione, possiamo riprendere il dialogo con altri mezzi. Le soluzioni non mancano: email, chat, call conference o, per rimanere nel classico, anche la “vecchia” telefonata va benissimo.

One thought on “Parlare in pubblico: quando non sei autentico, si vede

  1. ok studiare ! con le regole … ok 1 libro al mese !!

    da oggi allora letture di non più di 200 pagine e non come l’ultimo
    di 1.000 e passa ….. ;-))

    saluti maestro !
    Fabio

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *