Parlare in pubblico, tre errori che non reputavo tali

Errori nell'utilizzo degli attrezzi

Quando si parla in pubblico tutti i giorni è “scontato” acquisire degli automatismi che, per la loro stessa natura, non vengono più processati criticamente. Io stesso, per molto tempo, ho dato per certa la loro efficacia comunicativa senza più indagarne l’effettiva portata.

Poi arriva il giorno in cui osservando attentamente la platea, mi accorgo che alcuni meccanismi “di senso” (che evidentemente lo erano solo per me) dovevano essere rivisti o addirittura evitati.

Acro che?

Viviamo nella civiltà lessicale delle semplificazioni. Con la scusa del “risparmio di tempo” (chissà poi dove verranno impiegati tutti i secondi risparmiati) le parole le accorciamo, le smussiamo, le condensiamo. All’estremo più basso si collocano le varie abbreviazioni che hanno trovato diritto di cittadinanza (!?) nelle piattaforme di messaggistica (nn, xò, xké, etc.), mentre al capo più “dotto” (spesso solo ostentato) si trova un variegato stuolo di acronimi (Cciaa, Caaf, Arpa, etc.).

Che il fenomeno non riguardi solo la lingua scritta, lo dimostra il fatto che alcune “semplificazioni” sono state da tempo sdoganate anche nel parlare comune. Ad esempio, è il caso di tvtb o di Inps, dando per conosciuta, specie nel secondo caso, la traduzione estesa.

Non mancano poi risvolti da vero cabaret. Mi è capitato di assistere all’imbarazzo interpretativo di Coni (pronunciato senza articolo) che ha fatto sussurrare a qualcuno “Cosa c’entrano le gelaterie?” o, in tutta la sua drammaticità, riferirsi a Nino Biperio in luogo del patriota italiano del Risorgimento.

Ad ogni buon conto, ci sono acronimi per così dire inevitabili. È il caso di Fbi o Cia, in quanto la loro esplicitazione completa farebbe perdere il riferimento corrente. Infatti, “Federal Bureau of Investigation” o la stessa “Central Intelligence Agency” recitati così risultano di certo meno immediati.

Recentemente, ho avuto modo di cogliere il buio cognitivo del pubblico rispetto all’acronimo Fomo (Fear Of Missing Out). Qualcuno aveva capito “fumo”, travisando completamente tutto il senso in cui l’avevo inserito, altri si sono ritrovati con una parola semplicemente da dimenticare. Allora, ho capito che è molto meglio riferirsi solamente alla paura di rimanere tagliati fuori dalle comunicazioni digitali. Magari, contestualizzando il tutto con una metafora presa dalla vita quotidiana.

La mia storia non è lineare

Una narrazione avvincente non è mai quella che va da A a Z, srotolandosi in maniera del tutto lineare. I grandi libri raramente si sviluppano seguendo un ordine cronologico. Dai poemi epici fino ai componimenti della letteratura moderna, le caratteristiche più avvincenti sono i flashback, la ricostruzione capovolta dei fatti, la soluzione prima del problema.

Allo stesso modo, ho compreso la forza attrattiva degli episodi della mia vita solo se li inserisco in un paesaggio discontinuo di significati. Non interessava a nessuno sapere che prima avevo fatto questo, poi questo e infine quest’altro.

La curiosità per le cose che ci appartengono nasce quando innanzitutto raccontiamo chi siamo diventati, e successivamente inanelliamo le vittorie e le sconfitte che ci hanno condotto a quel risultato. Senza dimenticare, anche se la tentazione è forte, di non perdersi nei dettagli. I primi a smarrire il “filo del discorso” sono proprio le persone del pubblico.

Tre civette sul comò

La forza narrativa del numero tre non la scopriamo di certo oggi. Dal “Veni, vidi, vici” fino ai vari “Yes we can” e “Just do it”, passando per le presentazioni di Steve Jobs, è un susseguirsi di conferme circa l’effetto ritenzione che produce la triplice articolazione dei contenuti.

Parlando in pubblico è molto utile, per non dire fondamentale, utilizzare lo schema del tre: “oggi vi dico tre cose”, “vi propongo tre modi”, “un problema, tre soluzioni diverse”.

Anche in questo caso, mi sono reso conto che, pur applicando la suddetta regola, finivo per infarcire ognuno dei tre punti annunciati con un lungo elenco di sotto-punti. Addio chiarezza.

Le tassonomie che funzionano sono quelle maggiormente schematiche. Se diciamo che parleremo di tre cose, facciamolo e basta. Al massimo, potremo farla franca (agli occhi e alle orecchie del pubblico) con un paio di divagazioni, ma se ci alleniamo a stare dentro il contesto che noi stessi abbiamo definito è di gran lunga meglio.

2 thoughts on “Parlare in pubblico, tre errori che non reputavo tali

  1. Tassonomie ? cosa significa ?

    Oltre che non lo so veramente ( anche se potrei guardare su google)
    faccio questa domanda per dire che anche il pubblico dovrebbe avere il coraggio di “chiedere
    cosa significa ??” una determinata definizione, anzi io a volte lo faccio a posta per capire se
    il pubblico segue o meno le mie spiegazioni sulla musica o altro ad esempio ” Fate quella canzone con il Si dim riverso … ;-)) Se nessuno chiede faccio una risata e risveglio l’attenzione di chi mi ascolta … Sono forse uscito dal tema, però il senso è che se Sergio Gridelli è bravo ! sicuramente se dice una parola tipo CIA o altro che la gente non conosce qualcuno deve chiedere il significato altrimenti : o in platea sono tutti “fifoni” o non c’e’ l’attenzione dovuta …
    Quindi Prof. Gridelli … Tassonomia ?? 😉

    Saluti
    Fabio Bargnesi

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