Parlare in pubblico senza annoiare

Fra le cose che causano profondi stati di depressione nei relatori, c’è senz’altro quella di parlare a un pubblico che dorme o che si fa beatamente gli affari suoi.

Ci eravamo preparati un discorso ineccepibile, memorabile, emozionante, ma la platea è partita per la tangente. Com’è possibile? Presto detto, anche l’argomento più interessante del mondo, alla lunga, finisce per annoiare. Ciò dipende da fenomeni psicofisiologici noti che fanno mantenere il livello massimo di attenzione per non più di una ventina di minuti, dopodiché prende il sopravvento la distrazione.

Per accaparrarsi una tensione costante da parte della platea, la soluzione consiste nel favorire il coinvolgimento, l’interazione, la partecipazione.

Per alzata di mano

Non è sufficiente porre delle domande al pubblico, occorre anche “invitare” lo stesso a intervenire. Per il presentatore, il modo più efficace per raggiungere questo scopo consiste nel mimare per primo l’alzata di mano.

La domanda delle domande “Ci sono domande?”, aumenta il suo tasso di interazione se il presentatore alza il braccio per primo. Per imitazione, chi fra il pubblico era intenzionato a porre un quesito, si sentirà maggiormente stimolato (spinto?) a farlo.

Quando porre la prima domanda al pubblico? Prima possibile. Infatti, i prodromi dei cali di attenzione si verificano dopo le prime frasi del presentatore. Quindi, il collegamento presentatore-pubblico va “scaldato” subito. Di conseguenza, un pubblico “caldo” sarà più disposto a mantenere vigile la propria concentrazione.

Facciamoli ridere

In questo caso, la chiave di volta è l’originalità. Pertanto, evitiamo la solita barzelletta trita e ritrita (fra il pubblico c’è sempre qualcuno che la conosce già), ma soprattutto stiamo alla larga dal rischio che la platea non rida perché l’abbiamo raccontata male o, semplicemente, perché non l’ha capita. E nel momento in cui ci mettiamo a spiegare la barzelletta abbiamo già fatto la frittata.

Siamo presentatori, non siamo dei comici nati. Per tale motivo, mettiamo a punto una gag su qualcosa che ci è successo e raccogliamo il massimo dei feedback prima di sciorinarla in pubblico.

Un’apertura che utilizzavo spesso in occasione degli speech sul mio lavoro nel campo della pubblicità, era quella di raccontare quando mia mamma aveva appiccicato sulla nostra cassetta delle lettere un foglio con su scritto a caratteri cubitali “NO RÉCLAME”.

Diamoci una contata

Per fortuna, non tutti la pensiamo allo stesso modo su un’infinità di questioni. Il sondaggio è un eccellente strumento di interazione, non fosse altro per la facilità con cui innesca un dibattito. Infatti, una volta manifestata la propria opinione, le persone sono maggiormente motivate a sostenerla e a difenderla in un eventuale dibattito.

A parte il “voto” per alzata di mano, la tecnologia mette a disposizione strumenti altrettanto efficaci. Per esempio, Polleverywhere è un’applicazione per smartphone che consente la raccolta e la trasmissione dei dati in tempo reale.

L’hashtag che coinvolge

Benché i social media rappresentino la principale causa di disattenzione durante una conferenza, un convegno o una presentazione, è anche possibile utilizzare piattaforme come Twitter a vantaggio del presentatore.

Pertanto, una volta individuato un hashtag univoco per la presentazione, si invita il pubblico a commentare in diretta. Esistono diversi sistemi di live tweeting (es. EverWall) che consentono la visualizzazione dei tweet del pubblico sullo schermo della sala conferenze.

Due avvertenze:

  • per evitare che il “giochino” si prenda tutta la scena, è consigliabile scegliere solo alcuni momenti in cui fare twittare l’opinione del pubblico;
  • dotarsi di uno staff in grado di filtrare i commenti in tempo reale (gli spiritosi ci sono sempre e non è per nulla piacevole veder transitare commenti che ridicolizzano il presentatore).

Non c’è bisogno di prendere appunti

Noi esseri umani siamo assai poco multitasking: o facciamo una cosa o ne facciamo un’altra. Ascoltare una relazione e contemporaneamente prendere appunti fa perdere buona parte delle informazioni.

Per evitare di mancare il contatto visivo con il pubblico (o si guarda il presentatore o si scrive) è opportuno premettere che alla fine dell’intervento verrà distribuita un’esaustiva sintesi degli argomenti trattati.

Un oggetto per amico

Le cose che ci ricordiamo maggiormente sono quelle legate a fatti o situazioni in cui sono stati coinvolti più sensi. Si sa, le parole sono per loro natura estremamente volatili, ma accompagnare il discorso con un oggetto coerente aumenta di gran lunga la ritenzione del messaggio.

Dobbiamo parlare di traumi sportivi? Portiamo sul palco una scarpa da calcio.

Prendere le domande sul nascere

Per il pubblico, una delle faccende più irritanti è quella del presentatore che raccoglie le domande per poi rispondere alla fine del suo intervento.

Perché è irritante:

  • spessissimo qualche domanda rimane senza risposta;
  • altrettanto sovente, finisce il tempo a disposizione del relatore e buonanotte a tutte le domande;
  • la domanda nasce istantaneamente, rinviare la risposta a quando sarà fa svanire la tensione e l’interesse stesso per la risposta.

Quindi, accettare di correre il rischio di “perdere il filo” (dipende solo dal grado di allenamento del presentatore) e rispondere seduta stante. Si crea così una grande interazione che stimola il coinvolgimento e rende tutta l’esposizione più amichevole.

L’esperienza è una cosa indimenticabile

Come si è capito, una presentazione non è mai unidirezionale: qualcuno che parla a un pubblico passivo che ascolta. La sua efficacia è sempre il risultato di un’esperienza condivisa.

Se l’argomento lo consente, perché non allegare al programma due stick con profumazioni diverse da far annusare alle persone del pubblico al momento opportuno? Il dibattito conseguente non verrà dimenticato tanto facilmente.

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Parlare in pubblico non è mai un'esperienza unidirezionale. Al di là della qualità degli argomenti è essenziale interagire con le persone della platea.
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