280 caratteri sono una cagata pazzesca, ma anche no

Segnale stradale di divieto a superare i 280

I fatti sono noti: Twitter, la storica piattaforma di microblogging, ha raddoppiato il numero di caratteri a disposizione per cinguettare, passando da 140 a 280.

Si tratta di una mossa già preventivamente annunciata alla fine di settembre direttamente dal Ceo Jack Dorsey: “Un piccolo cambiamento, ma un grande passo per noi”. Un riferimento nemmeno tanto velato all’epopea lunare che lascia intendere come nel quartier generale di San Francisco ci credano eccome. Va anche detto che una prima concessione al “rompete le righe” era già stata fatta un anno fa con l’esclusione delle immagini dal “tirannico” conteggio.

Tuttavia, resta il sospetto di una manovra assai poco “sociale” e molto più dettata dalla necessità (forse, fuori tempo massimo) di risollevare le casse societarie attraverso un po’ di clamore. Infatti, i numeri finanziari sono da paura (nel senso più negativo del termine), tanto che oggi il titolo azionario veleggia attorno ai 20 dollari contro i 70 di tre anni fa.

Inventiamoci qualcosa

Guardando i due miliardi di utenti attivi/mese di Facebook, Dorsey & Co. devono essersi detti che qualcosa bisognava pur inventarsi. Così, il colpo di teatro è toccato allo sblocco del limite di caratteri per post.

Io ho sempre pensato, e continuo a esserne convinto, che i tassi di abbandono di Twitter siano da attribuire ad altri fattori e non alla sua “limitatezza”. Giusto per citarne qualcuno in ordine sparso, mi riferisco all’architettura dell’interfaccia poco user friendly (perché non passare armi e bagagli su TweetDeck, peraltro già di proprietà di Twitter?), all’impossibilità di modificare un post già inviato (ci è arrivato anche Linkedin!), alla pulizia degli account-bot che, come abbiamo visto in più occasioni, fra le altre cose influenzano anche le decisioni politiche (dal Russian gate giù giù).

Basteranno 280 caratteri per salvarsi?

Pensare che con 280 caratteri la piattaforma dell’uccellino sia diventata di colpo doppiamente informativa, doppiamente divertente e doppiamente attrattiva è pura illusione. Tant’è che nello stesso comunicato ufficiale della società si legge come (prima della trasformazione) solo il 9% dei post in lingua inglese arrivava al limite dei 140 caratteri.

Contrariamente a quanto sostenuto dal board di Twitter, il “tempo speso” a modificare il testo (per farlo stare nel limite delle 140 battute) a mio avviso non rappresenta un invito ad abbandonare il social. Semmai si traduce in un utile esercizio di sintesi per uno strumento nato per dare conto sul tempo reale, sulla notizia istantanea, sull’immediatezza informativa. Tanto più che non è poi così scontato che poter scrivere il doppio si traduca automaticamente nel raddoppio del contenuto informativo.

Tweet di Trump con 140 caratteri e con 280 caratteri

Il dono della sintesi

Se si chiede per cosa è noto Twitter, la maggior parte delle risposte farà riferimento al suo aspetto maggiormente peculiare. Ovvero, il ridotto numero di caratteri a disposizione per confezionare un post. Insomma, 140 caratteri erano diventati a tutti gli effetti un marchio di fabbrica.

Ora, dopo i primi giorni di sperimentazione non pare ci sia una grande bramosia a saturare i post con il massimo dei caratteri disponibili. Per ammissione stessa della piattaforma, solo il 5% dei tweet inviati supera i 140 caratteri, mentre quelli oltre i 190 caratteri si attestano nell’ordine del 2%.

Pertanto, al netto di nuove iscrizioni (ancora tutte da verificare), resta confermata l’affezione alla “modalità del limite” che ha reso unico Twitter.

Siamo in ballo? Allora, balliamo

Siccome Twitter è gratis (almeno per gli utilizzi più comuni) e noi non siamo altro che il suo prodotto, in qualche modo dovremo farci una ragione di questa trasformazione… che sarà epocale se per la company i conti continueranno ad andare male.

Fermo restando che abdicare alla sintesi molto spesso si risolve con una minore chiarezza informativa (se un’idea non riesci a scriverla su un Post-It, allora non è una buona idea), ci possono essere alcune “soluzioni” suggerite dalla maggior disponibilità di spazio.

Pubblicare tweet in due lingue. Potrebbe rivelarsi utile per quelle aziende che sviluppano il medesimo business su aree geografiche differenti.

Utilizzare gli elenchi puntati. Da evitare come la peste nelle presentazioni multimediali, nel caso delle comunicazioni testuali i punti elenco hanno lo scopo di aumentare l’ordine a tutto vantaggio della chiarezza espositiva.

Due (o tre) tweet al “prezzo” di uno. Anziché spezzettare un concetto per sua natura contiguo, con il rischio di far perdere il “filo” del ragionamento, i 280 caratteri offrono su un piatto d’argento la possibilità hegeliana della tesi, antitesi e sintesi.

Spiritosi, ma solo per farsi notare. Francamente, si tratta di tutto rumore di cui se ne potrebbe fare anche a meno, ma si sa, sul web la visibilità è tutto. Allora, più spazio uguale a più creatività con l’utilizzo di text design o emoji a go-go.

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