5 consigli (disinteressati) su come presentarsi in pubblico

Bambino che parla

Prima o poi capita a tutti di doversi presentare davanti a un pubblico. Nonostante ci piaccia moltissimo parlare di noi stessi, quando lo dobbiamo fare davanti a una platea ci vengono mille dubbi: “Non apparirò troppo egocentrico?”, “Cosa penseranno di me?”, “Non correrò il rischio di sembrare immodesto?”.

In realtà, il flop è sempre dietro l’angolo. Specie se facciamo un monologo e ci disinteressiamo allegramente del fatto che davanti abbiamo delle persone. La buona notizia è che possiamo parlare di noi includendo gli altri.

Per fare ciò, occorre tenere in considerazione due elementi:

  • il primo è la paura, in particolare quella di perdere tempo. Il pubblico ha sempre un’aspettativa, non fosse altro che è venuto ad ascoltarci escludendo altre possibilità;
  • il secondo è la speranza, ovvero il desiderio del pubblico di portarsi a casa qualcosa di nuovo e utile.

Siamo persone

Tutti abbiamo una storia. Anche chi ha fatto cose eccezionali (e non comuni) può scendere dal piedistallo e far risuonare sulla stessa stessa lunghezza d’onda il suo cuore con quello delle persone.
Certo, ognuno di noi ha conquistato traguardi diversi grazie all’impegno, alla perseveranza, alla testardaggine, ma una cosa accomuna tutte queste imprese: la passione.
Possiamo aver ricevuto un Premio Nobel o raggiunto una posizione di tutto riguardo nel nostro campo, pur tuttavia la narrazione di questa nostra esperienza diventa viva solo quando ci brillano gli occhi. È proprio quel luccichio che collega il nostro “chi siamo” con la partecipazione emotiva del pubblico.

Non perdiamoci

Si sa, le persone affidabili sono quelle che mantengono fede ai loro impegni. Rimanere nei tempi stabiliti per la presentazione è già di per sé un valore che comunica tanto di noi. Quante volte ci ha irritato quel “sarò breve” sistematicamente disatteso?
Ma non basta. Diamo al pubblico anche una sorta di road map su cosa si deve aspettare dalla nostra esposizione. “Oggi vi dirò tre cose della mia vita…” è un incipit potentissimo che, quasi fossimo uno chef, fa capire di quante portate è composto il pranzo, facendole assaporare ancora prima di servirle.

Creiamo immagini

La cosiddetta civiltà delle immagini ha trasformato la comunicazione. O meglio, ci ha allontanato dalla sequenzialità del testo per avvicinarci alla immediatezza della simultaneità visiva.
Tuttavia, le immagini non sempre sono sinonimo di “contenuto da proiettare”, quando una storia è “una bella storia” la magia si rivela anche sotto forma di paesaggi di senso che le persone del pubblico ricreano nella loro mente. In questi casi, la tecnologia non c’entra perché la potenza immaginifica delle nostre parole diventa essa stessa una visione “reale”.

Teniamo il giusto ritmo

Per quanto possiamo essere allenati a parlare in pubblico, ogni volta dobbiamo fare i conti con l’adrenalina. Un amica-nemica che è necessario dominare. Se non lo facciamo, il rischio è quello di accelerare i tempi dell’esposizione e l’eccessiva velocità fa perdere pathos a qualsiasi contenuto. Provate a leggere il primo canto della Divina Commedia tutto d’un fiato e Dante vi caccerà nel peggiore dei gironi infernali.
Non troppo veloce, non troppo lento. L’adrenalina è il combustibile della nostra passione. Se ci accorgiamo di andare fuori giri (il pubblico comincia a distrarsi), fermiamoci, respiriamo e alziamo il volume della voce. Infatti, se parliamo con un tono sostenuto, maggiore è l’energia nervosa (la responsabile dell’eccesso di velocità) che bruciamo.
Non dimentichiamo che l’ovvio (per noi) che diciamo, il pubblico è la prima volta che l’ascolta. Rallentiamo e diamogli il tempo per metabolizzarlo.

Diamogli un senso

Perché raccontiamo qualcosa di noi? Come forse si è capito, lo scopo non è certo quello di autoincensarci.
Di sicuro vogliamo essere ricordati. Ciò succede solo quando il nostro racconto riesce a far mettere in pratica gli stimoli che trasmette e a ispirare un cambiamento in chi ci ascolta.
Anche quando parliamo di noi, mettiamo davanti a tutto la domanda delle domande: “Cosa voglio che faccia il pubblico una volta ascoltato il racconto della mia vita?”.
Ecco perché un atteggiamento autoreferenziale non lascia niente, nemmeno il tempo che trova. Nella diversità dei percorsi individuali, c’è sempre un nervo scoperto collettivo da andare a toccare e trasformarlo in un’occasione di crescita.

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