Moltissimi capi, pochissimi leader

Un team con un leader su un gommone in mezzo alle rapide

Una buona notizia: la leadership è una caratteristica che ho scoperto esistere in molti contesti, dalle piccole aziende alle organizzazioni non profit. Purtroppo, la cattiva notizia è che i capi sono dappertutto e in stragrande maggioranza.

Il mito più duro a morire è quello della leadership innata, cioè un qualcosa di non meglio precisato che alcune persone possiedono “di natura”. In realtà, la cultura del leader ci appartiene, ma quando viene in contatto con il potere subisce una sorta di trasmutazione e il “comandare” prende il sopravvento sul “collaborare”.

Per questo motivo, c’entra sicuramente la personalità, ma ancora di più il comportamento individuale di fronte all’ordinario del “si è sempre fatto così” e allo straordinario del “perché non tentare?”. Nonostante le trasformazioni avvenute negli ambienti professionali, si pensi solo alle connessioni digitali, le peculiarità del leader sono rimaste pressoché identiche a quelle dell’era pre-internettiana.

Per farla breve, quando entro in un’azienda per parlare di comunicazione interna, dopo i primi minuti mi accorgo subito se ai vertici c’è un capo o un leader. Sembrerà strano, ma anche solo gli sguardi dei dipendenti sono sufficienti per capire il tipo di aria che si respira fra i vari reparti, il cosiddetto “clima aziendale”.

Laureati in chiarezza

Ripeto spesso che la laurea non è una patente di intelligenza, specie se sbandierata con l’unico scopo di dimostrare l’arcaico inciso del “lei non sa chi sono io”. Certo, la conoscenza è importante (soprattutto se i titoli accademici non sono un punto di arrivo, ma lo stimolo per cui “gli esami non finiscono mai”), tuttavia ciò che distingue un leader da un capo è fondamentalmente la chiarezza. Dare voce ai propri valori significa assumersi le conseguenti responsabilità. Al contrario, il capo “che non sbaglia mai”, ha bisogno dell’equivoco e del “non detto” per garantirsi, ma solo nella sua testa, un alibi perenne (finché dura).

I valori condivisi fanno sì che i leader non dicano mai “io”. Non rappresentano se stessi, ma un’organizzazione e sono consapevoli del fatto che la somma delle abilità dei singoli collaboratori è di molto superiore al totale “aziendale”.

Sognano cose straordinarie

L’energia propulsiva che crea il futuro è rappresentata dai sogni. Immaginare uno scenario nuovo, attraente, emozionante è quello che i leader fanno di continuo. Ogni cosa inizia con un sogno o, se si preferisce, con una visione che lascia intravvedere dei caratteri di concretezza.

Tutto ciò diventa realtà tangibile perché il leader è capace di collegare i significati di tutti i suoi collaboratori in un obiettivo di successo collettivo, mettendosi in gioco per primo con il suo esempio. All’opposto il “monologo” del capo parla una lingua incomprensibile (“non capiamo perché lo dobbiamo fare”) e senza interessi comuni si esauriscono le speranze, le aspirazioni, i valori. E, alla lunga, finiscono anche le aziende.

Esplorano l’impossibile

I leader sono i moderni pionieri di territori inesplorati che la maggioranza delle persone considera alla stregua di un’assoluta follia. Non sempre ottengono ciò che cercano, ma come ci ricorda Einstein la vera “follia è fare sempre la stessa cosa e aspettarsi risultati diversi”.

Per i leader i rischi e gli errori sono esperienze che avvicinano al successo. Essi trovano il coraggio di avventurarsi verso l’ignoto perché hanno instillato nei propri collaboratori il gusto della curiosità. Il mantra “provare-fallire-imparare” diventa una filosofia aziendale e, nella piena condivisione collettiva del beneficio dei successi, anche una filosofia di vita. Il capo dice “ho vinto”, il leader dice “abbiamo vinto”.

Attivano energie

Un uomo solo al comando può funzionare una volta o due, ma i risultati più significativi sono quelli che si raggiungono con il lavoro di squadra. Il leader crea team proiettati al successo perché trasmette fiducia e favorisce la collaborazione, e quest’ultima non è mai disgiunta dalla responsabilità. Il suo segreto è far capire che l’obiettivo di squadra è sempre superiore al traguardo del singolo, lui compreso.

Di conseguenza, non ci sono idee migliori di altre. Il contributo di ciascuno è determinante per il successo di tutti. Ecco perché, a differenza del capo, il leader mantiene le promesse e il suo esempio rafforza la capacità dei suoi collaboratori nel tenere fede alle proprie.

Credono in quello che fanno

Spesso i risultati appaiono lontani, difficili da vedere e, in taluni casi, anche ardui da immaginare. Ciò porta le persone sul punto di mollare e andarsene, tanta è la frustrazione. È il caso delle aziende che hanno al vertice un capo.

Invece, in quelle poche che hanno la fortuna di avere un leader, l’impegno continua. Perché? I collaboratori vedono che in quell’impresa c’è un pezzo di cuore del leader e, nonostante la fatica e le battute d’arresto, non mancano mai i suoi incoraggiamenti, i suoi apprezzamenti, i suoi riconoscimenti.

La contropartita può anche non essere di natura economica, almeno nell’immediato. Il leader che si mette in gioco (è il primo ad assumersi la responsabilità degli insuccessi e, di conseguenza, pagare direttamente) è la dimostrazione che le eventuali gratificazioni cominciano dai valori in cui tutti credono. Ecco perché le aziende che hanno un capo convertono le risorse nella futile ostentazione degli status symbol, mentre quelle con un leader investono sulle persone e sulla loro intelligenza.

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *