Socialmediamente immortali

Presenze immortali

Cosa succede al mio account Facebook se muoio? È una delle pagine di assistenza maggiormente consultate sul più seguito dei social media.

Già da qualche anno, questa preoccupazione aveva indotto Facebook a introdurre la funzione “legacy contact”. Una modalità che consente di designare un familiare o un amico per la gestione del profilo della persona scomparsa. Ovviamente, viene concessa (gratia plena) anche la possibilità di dare istruzioni affinché l’account possa essere eliminato al momento (o poco dopo) della dipartita del legittimo proprietario.

Fino qui, oserei dire tutto normale. I social media sono sempre più un’estensione dialettica della nostra esistenza e così come ci apprestiamo a “mettere ordine” nella nostra vita in previsione di quel momento (testamenti, lasciti, eredità), viene da sé anche la “regolarizzazione” degli ambiti digitali dove ormai trascorriamo gran parte del nostro tempo.

Il ritorno del morto

Tuttavia, in un futuro nemmeno tanto prossimo potremo assistere a ciò che Roland Barthes (La camera chiara. Note sulla fotografia, 1980) definiva il “ritorno del morto”. Uno spectrum in cui realtà e passato convivono su un piano dove la fotografia, di per sé mortale, fa (ri)vivere ciò che non è più, immortalandolo. Ciò che vediamo non è qui, ma è qui ciò che non è più.

Molto prima, lo stesso Ugo Foscolo (Dei Sepolcri, 1807) in un mondo in continuo divenire confidava nella “corrispondenza d’amorosi sensi” per garantire all’uomo l’immortalità. Nulla è eterno, tranne il perpetuarsi del ricordo del defunto nelle parole dei suoi simili. È così che si vince l’effetto corrosivo del tempo.

Con il digitale tutto questo va oltre all’immaginario fotografico e lirico. Il morto prende voce, dialoga, ritorna con dei bit che hanno le sembianze degli atomi.

Fantascienza? Anzi, l’esatto contrario.
Google e lo stesso Facebook si basano su algoritmi molto raffinati in grado di sapere molto (quasi tutto) di noi: cosa ci piace, cosa mangiamo, come la pensiamo, etc. Questo è stato il presupposto che ci ha fatto diventare dei preziosi target per la precisissima mira degli uffici di marketing.

Surrogati algoritmici

Ora, se queste strategie funzionano in maniera pressoché infallibile per quanto riguarda la totalità dei nostri interessi, perché non considerare un loro impiego anche nel dare concretezza alla nostra immortalità social?

Gli stessi algoritmi che ci profilano hanno informazioni più che sufficienti per sostituirsi a noi nei dialoghi post-mortem. Un fantasma digitale che, con buona pace di Turing, aggiornerebbe il profilo, disquisirebbe di calcio, cucina e politica (da vivi gli abbiamo già detto tutto sulle nostre preferenze), converserebbe del più e del meno con i social-terreni.

Già oggi, la generazione di contenuti di sintesi che partecipano alle discussioni online sono all’ordine del giorno (sul web, oltre il 60% del traffico è non-umano). Ciò fa presagire nuove frontiere, come l’imitazione della voce di chi non c’è più (è il caso di dire, una telefonata che non ti aspetti) e, addirittura, l’immagine olografica dell’estinto.

Messaggi dall’aldiqua

La tecnologia, in un certo senso, ha amplificato la filosofia foscoliana. EterniMe è un sito nel quale è possibile registrarsi per lasciare pensieri, ricordi ed episodi, anche molto personali, per mantenere viva la presenza della buonanima.

Email from death si spinge ancora più in là. Qui è possibile confezionare una o più email che verranno recapitate solo a morte avvenuta. Come funziona? Periodicamente, il sito invia una serie di domande alle quali l’interessato deve rispondere. Nel caso ciò non avvenga, la piattaforma desume che lo stesso è morto e fa partire i messaggi di posta elettronica ai rispettivi destinatari.

In ogni caso, quello che li batte tutti è senza dubbio Dead Social. Gli autori hanno pensato che limitarsi a una semplice email dall’oltretomba sarebbe una cosa del tutto banale. Allora, il vero salto in avanti è programmare anche i social in maniera tale da inviare un messaggio ai posteri in occasione del primo anno (e successivi) dalla morte, gli auguri di buon compleanno ai parenti e agli amici e, aprendo un’ulteriore analisi sociologica, una frase per l’anniversario di matrimonio.

La presenza in assenza di corpo è stata una delle rivoluzioni più evidenti del linguaggio, prima, e della scrittura, poi. A questa smaterializzazione, i media elettronici hanno aggiunto il concetto di presenza-assenza, ovvero l’essere simultaneamente ovunque e da nessuna parte, il viaggiare stando immobili, le relazioni di amicizia senza interazioni faccia-a-faccia, né ora, né mai.

C’è spazio per l’etica? L’immortalità sociale è solo uno dei tanti aspetti dell’esistenza pulviscolare dei bit. Possiamo accoglierla come una cosa assolutamente necessaria, oppure respingerla in quanto oggettivamente disumanizzante.

A noi la scelta, ma a una condizione: abbiamo creato la tecnologia, non siamo la tecnologia.

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *