Il RIP online? Lasciamolo riposare in pace

RIP e monumento funebre

Quando mio babbo è morto (ormai quattro anni fa) non l’ho scritto su Facebook. In questi tempi, a elevata esposizione pubblica dei propri fatti privati, credo di appartenere a una sparuta minoranza. Pur tuttavia, resto convinto che il mancato annuncio social et orbi della triste circostanza non abbia sminuito il dolore per questa perdita incolmabile.

Nonostante io stesso ci stia dentro fino al collo (e più), sui vari social media trovo comunque di poco conforto (a volte, addirittura di cattivo gusto) il flusso di faccine piangenti, di condoglianze stereotipate e, in tutta verità, anche dei “mi piace” (!?) cliccati meccanicamente, buttati lì con la stessa leggerezza con cui si mettono gli spaghetti nella pentola.

Una delle pratiche più silenziose e intime si è trasformata, complice il rutilante luna park di internet, in una rappresentazione planetaria del lutto. E così, centinaia (a volte migliaia) di “amici”, sconosciuti al defunto e ai suoi familiari, fanno a gara nel manifestare per primi le loro “più sentite condoglianze”.

In questa gara di velocità del RIP eccellono quelli che, a salma ancora calda, hanno già riempito la bacheca del vip buonanima con la loro “straziante” testimonianza. Per restare sull’attualità, lo stesso Paolo Villaggio era già stato dichiarato trapassato innumerevoli volte. La più clamorosa fu quella del dicembre 2011, quando anche la stessa Ansa diede troppo frettolosamente la notizia.

L'Ansa dà la notizia della morte di Paolo Villaggio. Ma è una bufala.

A differenza dei compleanni, notificati con impeccabile solerzia da Facebook, la perdita di un congiunto viene spesso annunciata, quasi in tempo reale, dagli stessi parenti più prossimi. È questo un male assoluto? Certo che no, ognuno può condividere ciò che vuole e non sarò certo io a mettermi in prima fila per biasimare questo tipo di “narrazioni”.

Il nostro RIP quotidiano

La comunicazione istantanea su più livelli ha consentito a chiunque di essere simultaneamente spettatore e attore. Poi, su questo nuovo palcoscenico è arrivato il lutto con un inedito vuoto da colmare. Fra il post con il selfie a colazione, quello in palestra e il suo gemello all’happy hours, nel continuum della vita quotidiana che si srotola sui social media è diventata irrefrenabile la necessità di pubblicare anche altre faccende, decisamente più tragiche.

Mi permetto solo di osservare come il racconto digitale della propria e dell’altrui (non) vita abbia trascinato dentro il caleidoscopio della iper-visibilità il momento più privato in assoluto.

Anche se ciascuno di noi piange a modo suo, chi ha affrontato questi difficili passaggi esistenziali sa bene che le manciate di RIP online sono davvero poca cosa rispetto alla telefonata, rotta dall’emozione, dell’amico o dell’amica. E mentre sui social la “compassione” evapora nel giro di qualche giorno (se non il giorno stesso), gli stessi amici che ci richiamano dopo un mese per farci sapere che continuano a esserci e ci invitano per un caffè o una passeggiata, ci fanno partecipare all’unica rete che sentiamo davvero nostra.

Una nuova gerarchia del dolore

I social media, a dire il vero senza grossi trambusti, sono riusciti perfino nell’impresa di sbriciolare la gerarchia del dolore. Ora, la cerchia privata condivide con quella pubblica, soprattutto digitale, lo stesso territorio.

Da sempre, chi muore lascia relazioni del tutto sconosciute a chi resta. Pertanto, è nelle cose che partecipi alla commemorazione anche un variegato numero di persone, per così dire, “ignoto”. L’annuncio della morte mediante le “vecchie” affissioni murali ha, fra gli altri, anche questo scopo.

Allora, qual è il problema? Le persone non hanno il sacrosanto diritto di dare la ferale comunicazione anche sui social? Sì, ma anche no.

La morte di una persona a noi molto cara è sempre un pugno allo stomaco che ci lascia improvvisamente nudi, disorientati, storditi. Se da un lato i social rappresentano l’estensione di ciò che siamo, dall’altro ci sono minuti, ore e, talvolta, anni che non possono attraversare perché sprovvisti di quegli sguardi che dicono tutto senza bisogno di usare le parole.

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *