Ci fidiamo della fonte o di chi condivide la notizia?

Frecce di direzione a destra e a sinistra

Sul web le informazioni sono un flusso continuo, impetuoso e, a tratti, addirittura spaventoso. Pertanto, diventa necessario selezionare le notizie per evitare di morire di sete per la paradossale impossibilità di bere da un idrante.

Allora, ecco il punto. Quando si tratta di investire il nostro tempo nell’approfondimento di un contenuto, ci fidiamo dell’agenzia di informazione che l’ha generato o delle persone che l’hanno condiviso?

La domanda è meno banale di quello che potrebbe sembrare. Infatti, se ci pensiamo bene, per gran parte delle nostre azioni quotidiane tendiamo a dare maggiore credito alle informazioni supportate dalla cerchia di conoscenti, invece che a quelle, per così dire, “ufficiali”.

Succede quando dobbiamo sostituire la nostra automobile con un modello nuovo (l’opinione dell’amico che l’ha appena comprata stacca di molto anche il più emozionante degli spot), quando siamo indecisi su quale film andare a vedere (la critica friendly vince quasi sempre su quella dei canali specializzati), quando dobbiamo decidere la destinazione per le vacanze (per quanto intrigante, Tripadvisor non regge il confronto con le sensazioni dell’amico che è appena tornato da quel posto).

La ricerca

Ancorché riferita al contesto americano, la ricerca di Media Insight Project, condotta in collaborazione con l’American Press Institute e l’AP-NORC Center, mette in risalto come le persone siano più propense a dare credito a una notizia condivisa da qualcuno di cui si fidano, invece che attribuirle valore in relazione all’autorevolezza della fonte che l’ha generata.

Quando una notizia viene condivisa da una o più persone “di fiducia” passa sullo sfondo la distinzione fra fonti conosciute (quindi di per sé tendenzialmente attendibili) e fonti del tutto ignote. Insomma, alla reputazione del condivisore viene attribuito molto più peso rispetto al generatore dell’informazione, chiunque esso sia.

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Possibili conseguenze

In questi ultimi tempi si è fatto (a giusta ragione) un gran parlare di “fake news”, ovvero della diffusione di notizie false sui social media, e di come Facebook si sia attivato per arginare il problema.

Tuttavia, l’iniziativa del colosso di Menlo Park a molti è sembrata una controffensiva inevitabile, ma in ogni caso di facciata. Alla critica di non fare abbastanza (al momento, Facebook si limita a segnalare le notizie false e non a rimuoverle dalla piattaforma) ha risposto Justin Osofsky, vicepresidente della società, con un laconico, quanto ottimistico “diamo alle persone gli strumenti necessari per prendere decisioni intelligenti sui contenuti”.

L’autorevolezza, la credibilità e il peso sociale trasformano chi condivide in una sorta di ambasciatore della notizia finendo per influenzare, e non di poco, le opinioni dei suoi lettori o fan.

Verrebbe da dire che a lungo andare un siffatto “influencer” protagonista dell’amplificazione continua di bufale sesquipedali dovrebbe perdere attenzione o, in ogni caso, parecchio del suo smalto da “depositario assoluto della verità”.

Verità vs bufale

In casa nostra, solo per mettere a fuoco questioni che ci passano quotidianamente sotto gli occhi, non sembra che le obbligatorie retromarce sulle miracolose proprietà antitumorali del bicarbonato, sulle sirene spiaggiate, sui microchip del “grande fratello” impiantati fin dalla nascita, passando per il complotto evergreen delle scie chimiche, scalfiscano l’audience di chi le propina “urbe et orbi” senza alcuna soluzione di continuità.

Con buona pace del pensiero critico, ne risulta un’alterazione della percezione della realtà da parte di coloro che utilizzano Facebook & Co. (per meglio dire, solo alcuni profili e pagine a cui sono devoti in maniera indefessa) per informarsi sui fatti e sulle cose.

Ora, la mia non vuole essere una difesa tout court dell’informazione mainstream che, sia detto senza equivoci, non è scevra da abbagli e improvvisazioni, ma mi piace pensare a un “mondo perfetto” dove:

  • prima di “sganciare” un Mi piace si legge criticamente la notizia per intero e non solo il nome del socio-politico “autorevole” che l’ha sponsorizza;
  • diventa regola interpretativa il confronto fra le fonti, perché Google è (quasi) sempre nostro amico;
  • si discute delle idee e non delle persone, perché come dimostra la legge di Godwin, in una discussione relativamente lunga (il tema è irrilevante), è altamente probabile che a un certo punto qualcuno venga paragonato a Hitler.

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