Tatuaggi digitali, fra veri e falsi miti

Tattoo sul braccio

In questi giorni, nell’ambito di una serie di iniziative sull’uso consapevole della rete, sto incontrando parecchi studenti dei primi anni delle scuole superiori. Come prevedibile, scaturiscono molti aspetti su cui riflettere e, al pari, tante cose per me da imparare. Del resto, la formazione ha senso solo se il processo di apprendimento (e di crescita) segue una traiettoria bidirezionale.

Ritornando al tema, subito una conferma scontata: l’etichetta di nativi digitali, in quanto sinonimo acritico di competenti digitali, è del tutto esagerata o, in subordine, non generalizzabile. Così, mentre lo smartphone diventa un’estensione simil-biologica del proprio corpo smaterializzato, nessun adolescente ha mai letto le policy dei social media che frequenta, fatica a riconoscere (o non distingue affatto) una fake news, interpreta la realtà unicamente secondo l’opinione dominante della propria cerchia di “amici” virtuali.

Sarà per effetto delle funzionalità di autodistruzione del messaggio, introdotte da alcune delle piattaforme maggiormente apprezzate dai giovanissimi, che la navigazione in rete non viene percepita come una vera e propria marcatura indelebile. Un tatuaggio elettronico che, nonostante (e apparentemente) rimosso, anche a distanza di anni (verosimilmente, per sempre) fornisce informazioni sulla nostra identità, sulle nostre opinioni, su chi siamo e su cosa siamo. Tutte cose che, probabilmente, nessuno si farebbe mai tatuare sulla propria pelle.

Nasce da qui una calzante metafora scolastica: sul web non si scrive con la matita.

Il “per sempre” digitale sopravviverà al biologico (compreso l’inchiostro dei tatuaggi che comunicano sulla sua superficie) e, al di là che a qualcuno possa anche far piacere lasciare le proprie tracce immortali ai posteri, immediatamente la questione si sposta sulla necessità di cliccare responsabilmente. Quello che oggi, in un determinato contesto spazio-temporale, ci può apparire spiritoso, fra qualche anno potrebbe crearci un forte imbarazzo, specie quando il recruiter di turno ci sbatterà sotto il naso “quella” stessa foto, e in quell’occasione non ci farà ridere proprio per niente.

Forse, in quel preciso istante, non ci sarebbe dispiaciuto rovesciare la profezia di Andy Warhol: se anziché “famosi”, quel giorno fossimo rimasti anonimi per 15 minuti?

C’è un posto migliore della scuola per parlare di persone, miti e immortalità? Lo studio di quello che a quindici anni ci sembra “tempo perso”, da oltre due millenni è invece ancora lì a illuminarci il cammino (e la coscienza).

Viviamo nel qui e ora

Nessuno è perfetto, lo sappiamo. Quello che siamo è anche il risultato di errori, di condotte deprecabili e di faccende che al solo pensiero ci fanno trasalire la vergogna. Se un tempo tutto questo era patrimonio solo nostro e di quei pochi che avevamo attorno, ora è diventata una “non spolverabile” patina di bit.

Se amiamo davvero una persona per quello che è oggi e per come ci stiamo bene insieme, potrebbe non essere una buona idea girarsi e guardare in profondità nel suo passato digitale. È così che Orfeo ha perduto per sempre la sua amata, nonostante il preciso avvertimento degli dei dell’oltretomba.

Chi siamo lo decidiamo noi

La nostra reputazione personale, sia che siamo online o offline, è costantemente “in rete”. Costruirsi una credibilità è un lavoro faticosissimo e ci vuole davvero poco per vanificare l’impegno di anni. Un Like sul post sbagliato può sgretolare anche il più prestigioso dei master universitari.

Ricordate Sisifo? Aveva avuto l’ardire di sfidare gli dei (oggi, parafrasando, diremmo che ha assaltato il buon senso dello stare in rete) e per questo fu condannato a spingere su per una montagna un masso che, una volta in cima, rotolava regolarmente a valle. E così per l’eternità.

Qual è la lezione? Massima attenzione a ciò che si pubblica, condivide, commenta perché il masso della reputazione è pesantissimo da spingere, specie in salita.

Il web è uno specchio

Digitiamo il nostro nome e cognome su Google e via. L’abbiamo fatto tutti e, più o meno tutti, rimaniamo sorpresi (o stupefatti) da “quanta roba” salti fuori sul nostro conto. Con lo stessa metrica ci esaltiamo per il numero di Mi piace che incassiamo su Facebook, per le visualizzazioni della nostra clip su YouTube, per l’incetta di “cuori” su Instagram. Tutte cose, per certi versi normali. Le neuroscienze hanno anche la spiegazione: dipende dal piacere associato alla scarica di dopammina.

Tutt’altra cosa, invece, è innamorarsi perdutamente della propria immagine riflessa in rete. Sappiamo la fine che ha fatto Narciso.

Vogliamo davvero essere immortali?

Jorge Luis Borges, il grande poeta e scrittore argentino, si è interrogato spesso sull’ineluttabilità della morte e, di contro, su quello che oggi potremmo traslare nei termini dell’immortalità in rete.

Essere immortale è cosa da poco: tranne l’uomo, tutte le creature lo sono, giacché ignorano la morte; la cosa divina, terribile, incomprensibile, è sapersi immortali.

L’Aleph è un continuo susseguirsi di dialoghi intimi sull’idea del tempo infinito. Ora, traguardando tutto questo attraverso il caleidoscopio dei bit e dei pixel, siamo sicuri che la minaccia siano le cose a termine e non, all’opposto, quelle che si perpetuano oltre a tutto e a tutti?

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Quanta consapevolezza hanno i cosiddetti nativi digitali in merito alla persistenza dei messaggi in rete? Tatuaggi digitali che si vedono anche offline.
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