Il silenzio, la cifra sottovalutata del discorso

Bambina che medita in silenzio

Quando è stata l’ultima volta che ci siamo presi del tempo per pensare? Voglio dire, ci ricordiamo un’occasione in cui abbiamo rinunciato, che so, ad andare al cinema, a leggere un po’ di pagine di un libro, a guardare una partita di Champions League in tv, per rimanere in silenzio e riflettere su una determinata questione… e fare solo questo?

In un mondo ipercinetico, farsi trovare assorti e sospesi apparentemente sul nulla, desta sospetto e si rischia di venire etichettati alla stregua di persone introverse, asociali e, comunque, poco presenti a sé stesse.

Forse, nasce da questa paura il motivo per cui quando parliamo in pubblico cerchiamo di ridurre le pause al minimo indispensabile (giusto il tempo di riprendere fiato). Quando ci succede per cause di forza maggiore, perché perdiamo il filo degli argomenti o perché la tecnologia fa i capricci (défaillance del computer, del proiettore, del microfono) sprofondiamo in un vorticoso imbarazzo.

Eppure, niente come il silenzio è più vicino al mistero. “Silenzio prima di nascere, silenzio dopo la morte, la vita è puro rumore tra due insondabili silenzi”, è la lucida sentenza con la quale Isabel Allende trova la sintesi nella straziante sfilata di ricordi di Paula.

La paura di andare in pausa

Quando in un discorso facciamo un pausa (relativamente) lunga e smettiamo di parlare, il nostro primo pensiero va subito al giudizio del pubblico (“Ecco, mi hanno già classificato come uno che non sa cosa dire…”), lasciando completamente sullo sfondo quel pizzico di eccentricità che, invece, rende molto più interessante un oratore che dal palco fissa la platea in silenzio (“Che cosa importante starà per dire?”).

Quindi, bando al panico! In un discorso in pubblico, il silenzio è un momento di sospensione che ci conferisce una sorta di misterioso potere e, in contesti dove tutto va di fretta, la differenza si fa notare.

Il silenzio ci fa pensare

Quando si dice di collegare il cervello prima di parlare, non si fa altro che affermare la necessità di sincronizzare il ritmo del respiro con le parole. Quando questo succede, può passare qualche secondo o più (se stiamo 10 secondi in silenzioso pensiero davanti a un pubblico, ci trasformiamo istantaneamente in un concentrato di autentica curiosità), l’attenzione è tutta su di noi e, metafora per metafora, nell’auditorium non vola una mosca.

Dopotutto, unlungodiscorsosenzapause è come una pagina senza spazi bianchi. Il “pieno” assume significato grazie al “vuoto”, all’assenza e, appunto, al contrasto fra tutti gli elementi che in qualsiasi conversazione vengono processati cognitivamente.

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