Storytelling, l’arte di affascinare il cervello

Lo immaginiamo seduto al tavolo da gioco, inondato dalla luce fioca di un candelabro. Giusto il bagliore sufficiente a tenere il mondo fuori da quell’angolo di sfida. L’aristocratico John Montagu, conte di Sandwich, amava le carte più di qualsiasi altra cosa.

Per non distogliere la sua concentrazione dal gioco, e garantirsi una mano libera, durante le partite si faceva servire quello che oggi chiameremmo panino o tramezzino. Fu questa l’origine del sandwich? Chissà, forse sì o forse no. In ogni caso, la storia è quantomeno verosimile e nel cervello questa narrazione ha creato una scena, delle immagini e, perché no, anche delle connessioni con le nostre esperienze personali.

Il racconto dell’invenzione del sandwich ha così colonizzato la nostra memoria, sicuramente molto più di un’informazione “tecnica” confezionata con luoghi e date.

Quando è stato inventato lo storytelling?

Lo storytelling è sempre esistito. I disegni nelle caverne dei nostri antenati sono lì a dimostrare che raccontare storie, ancorché attraverso le immagini, è da tempo immemore la modalità preferenziale della comunicazione.

Da allora, tutti i giorni prendiamo decisioni sulla scorta di racconti. Oltre alle tipiche attività basate sul racconto (teatro, cinema, lettura), le narrazioni delle persone a noi vicine (“Ho letto questo libro…”, “Ho acquistato l’automobile nuova…”, “Ieri sono andato al parco e…”) ci fanno sperimentare scenari che impegnano attivamente le nostre modalità cognitive.

Finché le gazzelle non sapranno raccontare le loro storie, i leoni saranno sempre protagonisti dei racconti di caccia. (proverbio africano)

Già, la forza delle storie è direttamente correlata al cervello. Non è in ballo solo la loro capacità di “sollecitare” le aree deputate all’elaborazione del linguaggio (come succede normalmente quando siamo al cospetto di noiosissimi elenchi puntati che si irradiano su slide altrettanto deprimenti), ma tutto un articolato insieme di ambiti sensoriali. Raccontare un viaggio o l’attività in palestra innesca l’accensione di molte parti della corteccia cerebrale e, come è facile prevedere, a maggiori stimoli corrisponde un aumento della ritenzione emotiva. Si ricorda più a lungo (in taluni casi, per sempre) un’emozione invece di una lista di caratteristiche, ingredienti, esercizi.

Il segreto è nel cervello

Il cervello è cablato per “assorbire” storie. Le strutture neuronali si sono evolute mantenendo sempre fermo il presupposto fondamentale della causa-effetto. La conseguenza di una azione è il suo risultato atteso. Quando quest’ultimo viene a mancare, il cervello cerca di “chiudere l’anello” azzardando un completamento plausibile (oggettivamente o soggettivamente).

Pensando secondo modalità conseguenti (A poi B, oppure se A è falso allora C) va da sé che le narrazioni appartengano di diritto alla parte più consolidata del cervello. Insomma, ragioniamo per storie, sia che compiliamo la lista della spesa (“Devo comperare il vino perché stasera ho ospiti a cena…”), sia che svolgiamo compiti più complessi (“Concentro tutte le riunioni venerdì mattina così parto prima per il week end sulla neve…”).

Tutte le volte che ascoltiamo una storia cerchiamo di sovrapporla alle nostre esperienze personali. Cioè, operiamo una sorta di “appropriazione” del racconto e attiviamo una parte del cervello (il lobo dell’insula) che linka quello che ascoltiamo/vediamo con le corrispettive esperienze (sensazioni) di piacere, disgusto, condivisione, paura.

L'effetto dei racconti sulla mente umana
L’effetto dei racconti sulla mente umana

Perché le narrazioni funzionano

Quando ci raccontano una buona storia, nel senso che “ci prende”, siamo naturalmente portati ad appropriarcene e a riporvi dentro le nostre idee, convinzioni, opinioni. La narrazione fatta da altri diventa così esperienza personale.

I viaggi hanno una meta conclusiva. Il loro racconto è un continuo ripeterli. Condividi il Tweet

La forza delle storie risiede anche nella loro credibilità. Un conto è dire che mentre leggiamo un libro costruiamo mondi paralleli, tutto un altro paio di maniche è citare Keith Oatley, professore di psicologia cognitiva all’Università di Toronto, che ha pubblicato diversi saggi sulla vivida simulazione della realtà.

A questo punto, qual è la storia che funziona meglio? In linea di massima, più il racconto è semplice o, come si dice, a bassa complessità, e più è probabile che faccia presa. “La moka è sul fuoco” ci fa percepire in automatico il profumo del caffè e un paesaggio di senso sovrapponibile alla miriade di azioni che compiamo tutte le mattine al risveglio.

Tuttavia, attenzione a non far scivolare la semplificazione in un mero esercizio di luoghi comuni. Molte narrazioni figurate (come ad esempio, “Il lunedì è sempre una giornataccia”), pur nella loro semplicità strutturale, sono talmente prevedibili e abusate che vengono elaborate solo nella loro consistenza linguistica, lasciando completamente refrattaria l’area delle sensazioni.

In questi casi, la metafora esplode in tutta le sua carica immaginifica. Cosa ne dite, tanto per riprendere l’esempio precedente, di qualcosa tipo “Il lunedì provo la stessa tristezza di quando per il mio compleanno ricevevo in regalo un pacchetto morbido”?

Sommario
Storytelling, l’arte di affascinare il cervello
Titolo
Storytelling, l’arte di affascinare il cervello
Descrizione
Lo storytelling è sempre esistito. Da tempo immemore, gli uomini raccontano storie. Ciò non è casuale, le narrazioni si trasformano in emozioni che fanno trattenere il ricordo.
Autore
Pubblicato da
Sergio Gridelli Blog
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