Adidas, in quello spot qualcosa non torna

Ormai da qualche giorno impazza sul web lo spot, “rifiutato” da Adidas, del regista 26enne Eugen Merher (direttore commerciale della Filmakademie Baden Wurttemberg).

Un ex-maratoneta, ospite di una casa di riposo, ritrova le sue vecchie scarpe (Adidas, of course) e ritorna a correre vincendo le resistenze delle assistenti. Una “poesia” che è diventata subito virale sui social e sulle grandi testate online, facendo incetta di grandi quantità di “bellissimo”, “tenerissimo”, “emozionantissimo”.

Niente da dire, gli ingredienti di una buona storia ci sono tutti: l’ultima stagione della vita viene riscattata attraverso il sogno che non muore mai, la passione che supera qualsiasi ostacolo, la solidarietà intrinseca nel fatto stesso di essere umani. Allora, tutto bene. O no?

La sceneggiatura

La prima considerazione è sulla trama. Come detto, lo scopo strappalacrime è stato ampiamente centrato, ma a quale prezzo?

La sceneggiatura modello “Qualcuno volò sul nido del cuculo” mette in gran risalto la perfidia del personale (Assistenti? Infermiere? Collaboratrici?) che con lo sguardo sempre truce impediscono al simpatico vecchietto di correre.

Bene, non è mia intenzione spigolare sul perché il personale della struttura si frapponga con così tanta veemenza fra l’anziano atleta e i suoi sogni, ma al di là di qualsiasi altra ragione emerge uno scenario piuttosto sadico. Una denigrazione della categoria, a mio avviso del tutto gratuita, che fa assomigliare tutto il contesto a un ospedale psichiatrico di antica memoria. Da qui a scivolare nel fraintendimento è un attimo.

Il marchio Adidas

Il logotipo con le tre strisce parallele è registrato fin dal 1949. Ora, la domanda sorge spontanea, come è possibile utilizzare in lungo e in largo un marchio registrato senza che l’azienda proprietaria ne autorizzi la diffusione? Se veramente Adidas ha rifiutato di assoldare lo spot per le proprie campagne di promozione, come può “far finta di niente” quando lo stesso viene reso pubblico ugualmente?

Non oso immaginare l’entità iperbolica delle penali in ballo nel caso il colosso tedesco si dovesse mettere di traverso.

Si dirà, è tutta pubblicità e per aggiunta gratuita. Bene, me se davvero Adidas ha rifiutato lo spot e se ne sta buona buona “godendosi” il notevole ritorno in termini di popolarità, non viene il dubbio che in realtà si tratti di un ben riuscito gioco delle parti? Adidas finanzia in gran segreto lo spot, lo rifiuta pubblicamente, lo fa veicolare sul web apparendo gratuitamente dappertutto. Se è (fosse) andata veramente così, chapeau!

Lo spot è stato studiato e girato in maniera professionale, per intenderci non è roba da videomaker della domenica. Per confezionare un prodotto di buon livello (come lo spot in questione) non basta la passione, occorrono budget importanti e tutti ad altissimo rischio dal momento che, a quanto pare, il possibile (e unico) committente era allo scuro di tutto.

Detto tutto questo, nessun complotto. Lo scopo della pubblicità, dai tempi di Eva, della mela e del serpente tentatore, è sempre rimasto uno solo: persuadere. E per raggiungere questo obiettivo cosa c’è di meglio che creare una “vera” discussione che, nel contempo, sta dentro e fuori dai confini della pubblicità stessa?

Sommario
Adidas, in quello spot qualcosa non torna
Titolo
Adidas, in quello spot qualcosa non torna
Descrizione
Lo spot "rifiutato" da Adidas sta letteralmente spopolando sul web. Niente da dire, un prodotto di ottima fattura, ma le cose stanno veramente come si dice?
Autore
Pubblicato da
Sergio Gridelli Blog
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2 risposte a “Adidas, in quello spot qualcosa non torna”

  1. Ciao Sergio, premetto che sono una lacrima facile, ma io lo spot lo trovo bellissimo. Ho anche io il sospetto che si tratti di un gioco delle parti, come tu stesso sostieni, ma ciò non cambia il giudizio. Anch’io recentemente sono stata affascinata da taluni spot pubblicitari, ne ho anche scritto sul blog. Sono esempi eccellenti di comunicazione, sanno cogliere esattamente il ‘momento’ particolare che sta attraversando una comunità e toccano le corde giuste. In questo caso la tematica degli anziani, che sembrano ‘finiti’, è forte e il senso di riscatto, di poesia, di voglia di essere ancora una parte di ciò che si è stati a me pare molto bello. E’ storytelling, non si vende un prodotto ma una storia.
    E poi io quelle scarpe da ginnastica io le avevo. L’identificazione in comunicazione è molto, molto importante….

    1. Quando si fa leva sulle emozioni (che è lo scopo di qualsiasi comunicazione) tutto funziona alla grande. Come si dice, fritta è buona anche la suola delle scarpe 😉
      Al di là del “gioco delle parti” (a mio avviso piuttosto chiaro), l’immagine della “infermiera cattiva” abbassa il pathos di tutto l’impianto. Io lavoro con le case di riposo (o residenze per anziani che dir si voglia) e ti posso assicurare che chi ha girato lo spot non ci è mai stato (almeno in quelle italiane). Al netto di alcuni casi “deviati” (in quale ambito non ce ne sono?), il “clima” che si respira in queste strutture non è certo quello della repressione come, invece, affiora nello spot.
      Per tutto il resto concordo, il concept “prende” ed emoziona.

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