Parlare in pubblico, ecco cosa non dire mai

Parlare in pubblico mette soggezione. Più l’evento è importante, maggiore è l’eventualità di venire assaliti da una paura a dir poco paralizzante. Probabilmente, nasce da qui la lunga teoria di scuse nelle quali cerchiamo rifugio, quasi a giustificare la magra figura che temiamo di fare.

1. Non sono preparato

“Ho saputo solo ieri che dovevo partecipare a questa conferenza” è il modo peggiore per iniziare una presentazione. Il pubblico non ha bisogno di sentire le nostre scuse, è venuto lì solo per ascoltare delle cose (possibilmente) interessanti.

Del resto, il presentatore che ammette lui stesso di non essere preparato, come può pretendere che il pubblico presterà attenzione alle cose che dirà?

2. Mi dispiace

A parte cose molto gravi e lapalissiane, è buona norma non scusarsi per piccoli inconvenienti nei quali possiamo incorrere durante la presentazione (saltare una slide, ritornare su un punto precedente, invertire un argomento).

Richiamare l’attenzione su questi fatti ha come risultato quello di rafforzare il ricordo di un (piccolo) incidente che, diversamente, non verrebbe notato.

3. Scusate, sono nervoso

L’ho premesso e lo ribadisco: parlare in pubblico mette ansia ed è perfettamente normale. Invece di farlo sapere a tutti con l’illusione di accaparrasi delle attenuanti, alleniamoci a gestire efficacemente questi stati di tensione. Con il tempo saremo in grado di trasformare il nervosismo in eccitante energia.

4. Non avete capito

Chi comunica (il presentatore) ha sempre la responsabilità diretta del buon esito di ciò che arriva a chi ascolta (il pubblico). Mai riprendere (o, peggio, biasimare) un membro del pubblico perché ci chiede un chiarimento su un punto che noi avevamo già illustrato.

Dimostriamo sempre massima gentilezza e disponibilità, anche se dentro ci ribolle l’irritazione.

5. Non sono sicuro

Siamo esseri umani e, di conseguenza, non possiamo sapere tutto. Anche in merito alla nostra materia.

In luogo di esibire le nostre incertezze e azzardare una risposta approssimativa, è molto meglio ammettere di “sapere di non sapere” e farsi lasciare il contatto dell’interlocutore per approfondire one-to-one la questione nei giorni successivi.

6. Uno, due, tre… va, sa, sa

Tre colpetti sul microfono seguiti dall’immancabile “Si sente?” sono il più classico degli inizi. Pensiamo forse che il pubblico non ci farà notare se l’impianto di amplificazione è spento o non funziona?

Siamo su quel palco per fare una presentazione, non per improvvisarci tecnici audio (c’è gente pagata per farlo). Lo so, quando la tecnologia non funziona ci innervosiamo, ma in questi casi non c’è rimedio migliore dello sfoderare un sorriso convinto e rimanere in fiduciosa attesa che gli addetti provvedano.

7. Non vi vedo

Fa parte del contesto venire “accecati” dalle luci del palco, ma resistiamo alla tentazione di portare la mano sulla fronte (come gli indiani) per cercare di vedere le persone del pubblico. Vi assicuro che questa posa, assai goffa, rimarrà scolpita nella memoria del pubblico più di molte cose che diremo.

Se per caso dobbiamo contare le mani alzate, chiediamo gentilmente ai tecnici di accendere le luci in sala.

8. Rispondo dopo

Tutti, all’inizio della nostra carriera di presentatori abbiamo avuto terrore delle possibili domande del pubblico. Con il tempo e l’esperienza abbiamo compreso che interloquire è fondamentale per accrescere il nostro tasso di credibilità professionale.

Personalmente, sono per “battere il ferro finché è caldo” e non rinvio alla fine le eventuali risposte con il (deprecabile) rischio di dimenticarmene. Se qualcuno chiede chiarimenti, invito le altre persone a fare altrettanto e fornisco subito i ragguagli richiesti.

Una raccomandazione. Allo scopo di rendere partecipi anche gli altri, è sempre buona norma ripetere integralmente la domanda nel caso in sala non vi sia un microfono a disposizione del pubblico.

9. È troppo piccolo? Ve lo leggo io

C’è una regola empirica che suggerisce nelle slide un corpo del testo di almeno il doppio dell’età media dei partecipanti. Se la platea è composta principalmente da cinquantenni, la dimensione del testo non dovrebbe essere inferiore a 100 punti.

10. Si legge? Ve lo leggo lo stesso

Mai e poi mai infarcire le slide di testo e, ancora peggio, leggere riga per riga il contenuto. Il pubblico sa leggere (mentalmente) per proprio conto e, soprattutto, è molto più veloce di noi che lo facciamo ad alta voce. Il risultato? Oltre a perdere il contatto visivo con il presentatore, le persone quando leggono non ascoltano.

La soluzione? Se proprio non possiamo fare a meno di introdurre due righe (non di più) di testo in una slide, diamo al pubblico il tempo necessario per leggerle, dopodiché riprendiamo il controllo della platea.

11. Spegnete i cellulari

Siamo dei presentatori o degli assistenti di volo? Oggi, qualsiasi presentazione vive in tempo reale anche sui social media (mai sentito parlare di hashtag?).

Se pensiamo che possa venire pregiudicata l’attenzione, al più chiediamo di mettere smartphone e tablet in modalità silenziosa.

12. Sarò breve

Preannunciare la stringatezza del proprio intervento è una delle promesse in assoluto meno rispettate. Al pubblico non importa la brevità, interessa appassionarsi alle cose che diciamo.

Nel caso di una presentazione cui è assegnato un tempo definito (succede nei congressi dove si alternano molti oratori), meglio tararsi per finire cinque minuti prima anziché “sforare”. Nessuno si è mai lamentato di un discorso troppo breve.

Per altro, è bruttissima la situazione dove il moderatore ci avvisa che il tempo è terminato e noi abbiamo ancora 50 slide da proiettare.

Sommario
Parlare in pubblico, ecco cosa non dire mai
Titolo
Parlare in pubblico, ecco cosa non dire mai
Descrizione
Parlare in pubblico incute timore anche ai più "navigati". Questo è il motivo per cui cerchiamo sempre di giustificarci.
Autore
Pubblicato da
Sergio Gridelli Blog
Logo

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *