Bob Dylan, canzonette da Nobel?

Bob Dylan e Joan Baez

Lo ammetto, appartengo alla folta schiera di quelli che tutti gli anni sperano di veder assegnato il Nobel per la letteratura a Philip Roth. Ma tant’è, il geniale creatore della Pastorale americana dovrà aspettare (forse) un altro anno.

Invece, la consacrazione di Stoccolma, mai centrata da monumenti sacri del calibro di Tolstoj, Twain o del contemporaneo Murakami, è stata attribuita a un cantante. Per la precisione, al cantautore Robert Allen Zimmerman, al secolo Bob Dylan.

Tutto ciò fra stupore, tanta meraviglia e rapidissime inversioni a U. Infatti, la rivista americana di politica e cultura The New Republic, alla domanda chi vincerà quest’anno il premio Nobel per la letteratura, in tempi poco sospetti chiosò con la consueta sicumera “di sicuro non Bob Dylan”, per poi ritornare sui suoi passi con un laconico “Bob Dylan è un bel premio Nobel”.

Francamente, non conosco i parametri di valutazione per assegnare un riconoscimento così prestigioso. Di certo, quelle di Bob Dylan, per parafrasare un suo collega nostrano, non sono solo canzonette. Almeno per me che ci sono cresciuto.

Scrivere un romanzo, una poesia o una canzone sono tentativi per definire la trama della propria vita. Condividi il Tweet

Alla fine dei conti, la radice della questione è una sola: cos’è letteratura (o, forse, meglio dire cos’è la narrazione) e cosa non lo è? Una domanda per certi versi inutile, un po’ come chiedersi cos’è l’arte. In entrambi i casi, si esce dall’impasse solo facendo affidamento al bagaglio culturale individuale: la letteratura, e di converso tutte le espressioni artistiche, sono quello che sanno coloro che leggono, ascoltano e guardano.

Per questo motivo, il premio attribuito al “menestrello di Duluth” è in qualche modo il Nobel della mia adolescenza. La colonna sonora di una fase della vita dove la musica e le parole ispiravano i miei maldestri compiti in classe d’italiano e mi facevano immaginare un altro mondo, un po’ più giusto. Su quei banchi la differenza fra Foscolo, Pasolini e Dylan era solo nel mezzo utilizzato per divulgare le rispettive idee.

Bob Dylan, un bel premio Nobel

Se la letteratura è scoprire nuovi mondi o, come si dice, vivere altri paesaggi di senso, allora Bob Dylan è perfettamente sintonizzato. Poi, non sono nemmeno le pagine di un libro a definire la letteratura, ma le parole che per come (e quando) vengono dette cambiano definitivamente le nostre traiettorie di pensiero.

Don’t think twice it’s alright è il paradigma della scelta istintiva, quella decisione che ci arriva all’improvviso chissà da dove. “Non pensarci troppo, va tutto bene – e, ricorda – non serve a niente accendere la luce, bambina sono sul lato buio della strada”. Quanto Leopardi c’è qui dentro?

Nel 1965 Bob Dylan si presenta al Newport Folk Festival con una chitarra elettrica. In quel momento non cambia solo la musica, cambia un’epoca. Il folk va incontro al rock ‘n’ roll e si scoprono così altre e più ampie platee dove far arrivare il messaggio. I contenuti abbracciano nuovi registri espressivi. Una rivoluzione ritmica, una specie di Divina Commedia dei nostri giorni.

Il viaggio non finisce mai. Solo i viaggiatori finiscono. (José Saramago) Condividi il Tweet

Qual è il motivo per cui ci piace uno scrittore anziché un altro? Fra tutte le cose, sicuramente il suo stile, unico e individuabile fra mille.

Cosa ci ha insegnato Bob Dylan?

Bob Dylan si è schierato, rimanendo sempre fedele a un certo tipo di tematiche e, soprattutto, conservando nel tempo la sua voce “ruvida” (nel caso di un libro parleremmo di tono e stile). Invece di andare bene a tutti, ha scelto il suo pubblico di devoti. Una sterminata schiera di fan, contenti di far parte di una comunità caratterizzata da entusiasmi del tutto incomprensibili per chi non appartiene all’ambiente. C’è in tutto questo una forte similitudine con i seguaci di generi letterari non comuni. È il caso degli appassionati delle narrazioni di Amélie Nothomb, di Isabella Santacroce e, forse in maniera ancora più riconoscibile, di José Saramago.

Knockin’ on Heaven’s Door è andare contro l’ordine costituito con la forza di essere nel giusto e accettando qualsiasi epilogo. Il desiderio della madre, l’impossibilità di portare a termine il servizio assegnato, l’oscurità che scende e, per finire, la sensazione di bussare alla porta del paradiso, un eufemismo, forse, che ricorda ancora una volta il viaggio di Dante.

Love minus zero/No limit è il racconto perfetto della relazione sentimentale fra due esseri umani, il numeratore e il denominatore di una frazione il cui risultato non può che essere l’amore illimitato o, in ogni caso, qualcosa che gli assomiglia molto. “Non esiste nessun successo come il fallimento e che il fallimento non è affatto un successo”, grazie signor Zimmerman per avercelo ricordato.

Nella tenebrosa e, in qualche modo, criptica Ballad Of a Thin Man c’è il mondo che sta cambiando e, come oggi, esistono quelli che non se ne accorgono o, peggio, fanno di tutto per rallentare questo processo “perché sta succedendo qualcosa qui, ma tu non sai cosa sia, non è così signor Jones?”.

Alla fine poco importa chiedersi se un premio come il Nobel sia eccessivo per un cantante, nulla cambia se chi l’ha vinto non ha la stoffa dell’accademico, e non c’entra niente se le parole non sono stampate sulle pagine di un libro, ma danzano fra le corde di una chitarra e lo spirito della libertà.

Perché quando ci entra dentro una storia, da qualunque parte venga e ovunque sia, capiamo subito che “alcune persone sentono la pioggia, gli altri semplicemente si bagnano”.

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