Cantarsela e suonarsela sui social media

Un po’ di marketing, un pizzico di creatività e una buona dose di organizzazione sono gli ingredienti principali per far sì che le nostre azioni sui social media riescano col buco. Pur tuttavia, la comunicazione professionale sulle piattaforme sociali non è quasi mai una ciambella perfetta, occorre sempre fare i conti con le richieste dell’azienda che vorrebbe pubblicare l’immagine del suo box doccia multisensoriale a tutte le ore del giorno, gli immancabili strafalcioni che scappano anche a quelli che si nutrono a pane e pagine del Devoto-Oli, i commenti dei vari soillionedelacurvasud che trollano il brand a tutto spiano.

Tuttavia, va detto che fra “popolo della rete”, commercio elettronico e gattini molta parte del successo o del fallimento dipende da noi. Ovvero, dalle nostre abilità di domatori 2.0 della comunicazione.

Le domande che vengono rivolte ai social media manager sono sempre le stesse: a che ora è meglio postare il selfie fatto davanti allo specchio del bagno? Dove vendono i “Mi Piace”? Quanto si guadagna per cazzeggiare su Facebook?

Per ovviare a risposte per molti versi banali e inutili, mi sono permesso di scomodare dieci “canzonette” allo scopo di definire una sorta di modus vivendi sui social media. I musicisti, i fans e la SIAE mi perdoneranno.

Ci vuole orecchio

(Enzo Jannacci, 1980)

La ragione per cui abbiamo due orecchie ed una sola bocca è che dobbiamo ascoltare di più e parlare di meno, diceva oltre duemila anni fa Zenone di Cizio. Senza dubbio, prima di buttarsi a capofitto nella scrittura, anche sui social media è buona norma farsi un’idea preventiva sui gusti del nostro target di riferimento. Di conseguenza, la partecipazione alle discussioni consente di capire cosa è importante e cosa no. Solo così è possibile creare contenuti di valore, evitando di aggiungere ulteriore rumore al disordine che c’è già.

Amore unico amore

(Mina, 2010)

La crisi, il lavoro sempre più precario e i soldi che non bastano mai ci hanno di fatto trasformati tutti in specialisti generici. Vale a dire che pur di accaparrarci una commessa non badiamo più se la prestazione rientra o no fra le nostre skill. Questa è la pratica quotidiana.

Non ti sei semplicemente specializzato in qualcosa: qualcosa si è specializzato in te. (Arthur Miller) Condividi il Tweet

Invece, il buon senso consiglierebbe una ragionata specializzazione per evitare di fare tutte le cose per tutti. Sono convinto che questo stratagemma alla lunga si possa rivelare come il più vantaggioso. Ammesso che nel frattempo siamo riusciti a pagare le bollette e nutrirci.

Gli amici

(Francesco Guccini, 1983)

Qualità o quantità? È meglio avere 1.000 followers che condividono i nostri post, lasciano commenti e parlano del brand su tutti i loro canali o 10.000 contatti che evaporano dopo il primo collegamento? Non è necessario invocare Shakespeare per risolvere il dilemma.

Pazienza

(Gianna Nannini, 2008)

La favola che basta andare su internet per vendere è quello che è. Una favola, appunto. Il colpo di fortuna ci può sempre essere (ogni tanto c’è gente che vince addirittura al Superenalotto!), ma la costruzione di una buona reputazione sui social media richiede tempo, perseveranza e pazienza.

Tutti vogliono viaggiare in prima

(Ligabue, 2002)

I contenuti di qualità generano un pubblico di qualità. L’originalità non la vendono al mercato e, per questa ragione, non possiamo scrivere il post del secolo tutti i giorni. Tuttavia, fuggire dalla banalità è spesso sufficiente per determinare un buon numero di condivisioni che, a loro volta, genereranno traffico, notorietà e credibilità. Roba da prima classe, insomma.

Generazione di fenomeni

(Stadio, 1991)

C’è chi pende letteralmente dalle loro labbra, chi li detesta con tutto il cuore e chi li ignora del tutto. Mi riferisco a quelle figure mitologiche, metà dio e metà tastiera, che vanno sotto il nome di influencer.
Evitando di fare la parodia di quelli che scrivono influencer nei loro profili, nella home del blog e sul biglietto da visita, stare in contatto con gli esperti di un determinato ambito è comunque sempre vantaggioso, specie se la relazione porta a una loro condivisione dei nostri contenuti.

Parlami di te

(Françoise Hardy, 1966)

Ormai, lo sanno anche i muri. Se usiamo i social media per parlare esclusivamente di quanto sono belle le nostre scarpe fatte a mano, otteniamo come risultato che le persone smetteranno di seguirci. Chi la sera scorrazza su internet, dopo una giornata di lavoro, lo fa per svagarsi e non certo per farsi abbindolare da questo o da quell’altro marchio. Le persone vogliono conversare con i loro simili e non con un paio di scarpe. Il passa parola che fa (anche) vendere è quello che nasce dal riconoscimento di una storia, di un fatto, di un’emozione.

Non si inseguono che le emozioni. (Jean Josipovici) Condividi il Tweet

La nostra relazione

(Vasco Rossi, 1978)

Sveglia! Il web 1.0 è morto da un pezzo e adesso la rete è bidirezionale. Il megafono non ce l’abbiamo più in mano solo noi. Ignorare un commento o, peggio, cancellarlo perché “scomodo”, affonda in un sol colpo lo scopo esclusivo dei social media: la relazione fra le persone.

Fantasmi

(Marlene Kuntz, 2007)

I brand non sono farfalle che pubblicano post (e vivono) solo per un giorno, per poi sparire per sempre. Se non ci facciamo più vivi, dopo poco tempo nel cuore delle persone qualcun altro avrà preso il nostro posto.

Gli altri siamo noi

(Umberto Tozzi, 1991)

Inutile sperare che qualcuno condivida, commenti o apprezzi i nostri post se non adottiamo anche noi lo stesso metodo con gli altri. Mettersi nei panni degli altri è il modo migliore per tarare le nostre uscite.

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