9 consigli per fare un discorso da standing ovation

Quando mi chiedono come si fa a vincere la paura di parlare in pubblico, mi soffermo soprattutto su un aspetto, invitando i miei interlocutori a immaginare, fin da subito, l’applauso finale. Insisto su questo punto perché spesso tutta la fase di preparazione dell’intervento è accompagnata dall’ansia di fare una brutta figura.

Si sa che l’agitazione, la tensione e la paura ci rendono meno lucidi. Veniamo così travolti da uno stato di profonda insicurezza che si traduce in una gran voglia di cercare un sostituto, di darsi malati, di scappare. Tutto questo pur di non salire sul palco.

Eppure, conosciamo bene le sensazioni che ci lasciano i grandi discorsi. Veniamo letteralmente rapiti dall’oratore, ci dimentichiamo del mondo là fuori, il tempo quasi si ferma. Allora, perché quando ci capita l’occasione di lasciare un segno indelebile, l’unica cosa che desideriamo è quella di essere altrove?

Magari non ci ricordiamo il contesto e forse nemmeno l’autore, ma la storia è piena di discorsi diventati eterni grazie alla loro carica emotiva. Pezzi di frasi che conosciamo a memoria:

  • “I nostri padri diedero vita su questo continente a una nuova nazione, concepita nella libertà e guidata dal principio che tutti gli uomini sono creati uguali.” (Abraham Lincoln, Discorso di Gettysburg, 1863)
  • “Non chiedete cosa il vostro paese può fare per voi, chiedete cosa potete fare voi per il vostro paese”. (John F. Kennedy, Discorso Inaugurale, Washington D.C. 1961)
  • “Io ho un sogno”. (Martin Luther King, Discorso al Lincoln Memorial, Washington D.C. 1961)
  • “Mr. Gorbachev, tiri giù questo muro!”. (Ronald Reagan, Discorso alla Porta di Brandeburgo, Berlino 1987)
  • “Siate affamati, siate folli”. (Steve Jobs, Discorso alla Stanford University, Palo Alto 2005)

Nessuno di noi ha la pretesa (credo) di cambiare il mondo con la propria oratoria, ma tutti (dico tutti) possiamo pronunciare dei discorsi accattivanti e degni di essere ricordati.

Allora, come ci si prepara per una memorabile standing ovation?

1. Conoscere la proprie paure.
È normale avere paura. Siamo esseri umani, la paura ce l’abbiamo incastonata nella nostra storia evolutiva tutta tesa alla sopravvivenza. In natura, avere una miriade di occhi puntati addosso coincide spesso con i guai. Ma quando siamo su un palco, gli occhi del pubblico non rappresentano un problema. Semplicemente, ci guardano perché sono desiderosi di imparare. In un certo senso, dobbiamo pensare che fanno il tifo per noi. Altrimenti non sarebbero lì.

2. Metabolizziamo la tensione.
Prima di salire sul palco, rilassarsi è fondamentale. Ci sono presentazioni che richiedono settimane di preparazione e spesso in tutto questo tempo pensiamo solo a quel momento. Viene da sé una specie di isolamento da troppa concentrazione che rischia di farci sentire inadeguati. Appena usciamo dal guscio, e ci troviamo di fronte una platea di centinaia di persone, ci sentiamo spaesati.
Serve un momento di decompressione. Va bene quindi scambiare quattro chiacchiere con chi conosciamo, guardare un video sul nostro immancabile computer o ascoltare della musica. Non so quanto sia psicologicamente motivante, ma spararmi nelle cuffie un canto gregoriano mi aiuta in questo scopo.

3. La preparazione è la chiave dell’improvvisazione.
La leggendaria oratoria di Steve Jobs non nasceva lì per lì sul palco. Il guru della Apple passava giorni interi a mettere a punto anche solo una parola più efficace di un’altra, al puro scopo di ottenere un feedback immediato da parte del pubblico.

4. Se siamo lì c’è una ragione.
Trasmettiamo tutta l’umanità di cui siamo capaci. Facciamo vedere che siamo reali (i nostri limiti, i nostri errori, le nostre debolezze) e condividiamo le stesse emozioni con il pubblico. Diversamente, non farebbe nessuna differenza mandare sul palco un computer al posto nostro.

5. Il cantastorie che è in ciascuno di noi.
La narrazione è sempre un misto di leggerezza e coinvolgimento. Ciò non significa che dobbiamo raccontare barzellette per tutto il tempo, ma la battuta al momento opportuno stempera la tensione e crea il giusto legame con il pubblico. La gente si appassiona alle storie, le vuole sentire raccontare. Quindi, dobbiamo fare di tutto per sceglierne una efficace. Può essere una storia nota, ma sempre emozionante (ad esempio, la tregua di Natale del 1914 tra i soldati britannici e tedeschi sul fronte occidentale), oppure una vicenda personale che si trasforma nella case history del nostro intervento.
L’ispirazione può arrivare da più parti. Nel mio caso, parecchi spunti li ricavo dai film. Qualche esempio? Il riscatto del perdente e la determinazione di Rocky, il senso dell’ironia in mezzo alla tragedia ne La vita è bella, l’inesistenza dei limiti quando si fa ciò che si ama davvero in Non è mai troppo tardi.

6. Se dobbiamo leggerle, rinunciamo alle slide.
Per sostenere adeguatamente una storia, a volte abbiamo bisogno di un supporto visivo. Utilizziamo le slide solo quando le parole, da sole, non riuscirebbero a creare un adeguato stato emotivo.
Gli esempi presi dalla vita quotidiana, gli aneddoti o le curiosità sono sempre degli ottimi ingredienti per coinvolgere il pubblico. Tuttavia, ci sono immagini (Ricordate? Valgono più di mille parole!) che aumentano in maniera esponenziale la carica emotiva (una madre che allatta, un bambino solo, un soldato che piange).

7. Prendiamo fiato.
Dopo l’esposizione di ogni concetto, mettiamoci per qualche secondo in pausa. Diamo tempo al pubblico di riflettere su quello che ha appena ascoltato e permettiamo anche a noi di organizzare mentalmente il punto successivo.

8. Gli errori non sono la fine del mondo.
Gli errori li commettiamo tutti, anche se non siamo alle prime armi. Il fatto che sappiamo riconoscerli fa di noi i critici più spietati. Chi dice di non sbagliare mai, semplicemente è perché non vede i propri limiti e così facendo non potrà mai migliorare.
Nessun grande oratore è sempre perfetto, ma in qualsiasi situazione è in grado di trasmettere passione per il pubblico, entusiasmo per quello che sta facendo, forza motivazionale in ogni suo messaggio.

9. Facciamo sentire il pubblico parte della squadra.
Non esiste un io e un voi, c’è solo un noi. Gli oratori dei quali ricordiamo piacevolmente le performance sono quelli che non si chiudono nel loro monologo, ma abbattono la parete invisibile (a volte si ha la sensazione che sia più spessa delle mura medievali) che li divide dalle persone sedute in platea.
Coinvolgere il pubblico significa invitare gli astanti ad alzare la mano (facendo altrettanto con la nostra), chiedendo se si identificano con quello che stiamo dicendo, mantenere sempre il contatto visivo con il pubblico (evitando di guardare un punto indefinito dell’orizzonte), adottare un ritmo espositivo che in breve tempo diventa famigliare a chi ci ascolta.

Che si tratti di un intervento lungo o breve (il più difficile da preparare!), facciamoci sempre questa domanda: “Se fossi nei panni del pubblico, mi entusiasmerebbe?”. Di solito, la risposta porta inevitabilmente a tagliare, a cambiare, a semplificare.

Il battito del cuore è una forma primitiva di applauso. (Jordi Doce) Condividi il Tweet

In definitiva, la standing ovation che ci meritiamo nasce da una storia che amiamo. Le persone del pubblico lo capiscono perché si crea un collegamento fra il nostro cuore e il loro. Un legame persistente, destinato a durare per molto tempo dopo che siamo scesi dal palco.

Photo by Flare

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