5 errori da evitare sui social media

In tutti i corsi di management aziendale viene insegnato che non esistono fallimenti, ma solo esperienze. Per quanto ciascuno di noi possa essere un perfezionista nel proprio ambito professionale, certi errori si finisce sempre per commetterli. Anzi, si potrebbe quasi sostenere che gli sbagli siano in qualche modo propedeutici alla crescita.

Un esperto è uno che ha fatto tutti gli errori possibili nel suo campo. (Niels Bohr) Condividi il Tweet

Ovviamente, non mi riferisco a delle evenienze catastrofiche, faccio riferimento a tutta una serie di “sbavature” che ci insegnano (a nostre spese!) come prevenire i misfatti ed evitare così la loro riproposizione.

Il social media manager è uno di quei mestieri dove quando succede il patatrac, l’effetto “cassa di risonanza” può seriamente mettere a repentaglio parecchie reputazioni. Come se non bastasse, le conseguenze si traducono quasi sempre sul piano economico (revoca dell’incarico al SMM, minore remunerazione per il committente, maggiori oneri per la ricostruzione dell’immagine aziendale).

Chi è senza peccato scagli la prima pietra. Analizzando oggi alcune mie “leggerezze” (la versione diplomatica degli errori) nella gestione dei profili aziendali, ho tratto un proficuo insegnamento da almeno 5 errori che è facile commettere, e che è meglio evitare, sui social media.

I social media non sono a senso unico.
Parlare senza ascoltare è forse il principale errore cui si incorre. Si pubblica, si pubblica, si pubblica come se i dialoghi fra le persone non fossero roba di questo mondo. Detto in altro modo, è forse obbligatorio sollecitare e, soprattutto, rispondere ai commenti? Certo che no, non lo prescrive il dottore, ma alla lunga (nemmeno tanto) la salute del marchio ne risente.
Ovviamente, la profondità del dialogo dipende da molti fattori, fra i quali la visibilità del nostro nome (nel caso del profilo personale) o del marchio (nel caso della gestione di un account aziendale).
Giusto a titolo d’esempio, un brand del settore food (un produttore, un distributore, un ristorante) dovrebbe avere conversazioni pressoché quotidiane con il suo pubblico, mentre un piccolo negozio di fiori potrebbe limitarsi a “dialogare” piuttosto intensamente in occasione di eventi particolari (San Valentino, Festa della Donna, Festa della Mamma). In ogni caso, il problema non è mai quello di venire travolti dai commenti e dal tempo da impiegare per le risposte. Casomai, bisognerebbe farsi delle domande quando questo non succede.

I social media non sono tutti uguali.
Scrivere un post su Facebook e copiarlo su Twitter (e viceversa) sono capaci tutti. Tuttavia, non sempre le cose facili sono anche le migliori. Se pubblichiamo i medesimi post nello stesso minuto su tutte le piattaforme sociali che abbiamo a disposizione, non facciamo altro che dire al nostro pubblico di seguirci solo su una di queste. Infatti, perché mai dovrebbe avere la curiosità di vedere cosa succede dalle “altre parti” se i contenuti sono identici dappertutto?
Una strategia social che si rispetti fornisce invece un valore e una ragione affinché le persone che seguono un determinato marchio possano trovare sollecitazioni diverse su Facebook, su Twitter o su Instagram.

I social media non perdonano gli strafalcioni.
Quando scappa un’acca nel posto sbagliato, e può succedere anche (h)ai più bravi, non ci sono alibi plausibili, tanto meno la fretta.
Tutte le volte che si pubblica un post dall’ortografia raccapricciante, non è un problema che riguarda solo quei bacchettoni dell’Accademia della Crusca. Più verosimilmente in quella scrittura approssimativa si riflette il pressapochismo del marchio e, di conseguenza, la sua affidabilità.

I social media vogliono che ci mettiamo la faccia.
Su Twitter i profili senza un’immagine vengono detti “teste d’uovo”. Il motivo è semplice, viene loro attribuito un avatar di default, per l’appunto a forma di uovo. Non dedicare una manciata di minuti alla definizione della propria biografia (foto o marchio compresi) è un inequivocabile segno di pigrizia. Che si tratti della reputazione personale o di quella di un brand, l’immagine identificativa non è per niente un vezzo facoltativo.

I social media non sopportano l’autocelebrazione.
Parlare sempre di noi stessi (o di quanto è bravo il marchio) alla lunga non porta nessun beneficio. Anzi, il vecchissimo proclama “azienda leader di mercato” (Di quale mercato? Chi l’ha deciso? Dove sono le prove?) sui social media non attacca proprio.
A margine di tutto questo, ma non meno importante, c’è un’abitudine che ha tutto il sapore della disperazione: mettere Mi Piace sui propri post. La cosa si trasforma in tragedia quando l’unico Mi Piace è il nostro.

Photo by stevepb

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