5 miti da sfatare sulla paura di parlare in pubblico

Conosco moltissime persone che sembra abbiamo un interruttore, il quale di fronte a un pubblico, anche di pochi individui, innesca l’accelerazione del battito cardiaco, azzera la salivazione e fa gocciolare le mani di sudore.

Queste risposte emozionali, per certi versi del tutto naturali, sono quelle che fanno dire ai più di non essere portati per il parlare dinnanzi a un pubblico. Anzi, prendono proprio spunto da questi disagi per concludere che oratori si nasce, punto e basta.

In realtà, come in tutte le cose, riuscire o no dipende solo da quanta volontà si ha nel perseguire l’obiettivo. Diversamente, non avremmo mai conosciuto le qualità di Demostene, di Winston Churchill e della lunga schiera di eccelsi oratori tutti affetti da balbuzie.

Peraltro, sulla questione della paura di parlare in pubblico esistono almeno 5 miti che vengono sempre invocati a mo’ di alibi per sfuggire alla tortura della platea. C’è una buona notizia: si tratta di 5 miti che si possono sfatare abbastanza agevolmente.

1. Per parlare efficacemente davanti a un pubblico bisogna essere naturali.
Ci sono persone cui viene spontaneo fare dei comizi con tutta naturalezza. L’abbiamo sentito affermare almeno un milione di volte, ma che lo si creda o no, l’essere (o il sembrare) naturali non è una dote innata.
La naturalezza, come qualsiasi altra abilità, è qualcosa che si coltiva quotidianamente con la pratica, la disciplina, la volontà di raggiungere uno scopo. Solo con l’allenamento (sì, proprio quello!) è possibile fare emergere i propri punti di forza (li hanno tutte le persone) per compensare le debolezze individuali come, ad esempio, l’ansia, la timidezza, un difetto di pronuncia.

2. I bravi relatori non sono mai nervosi prima di un discorso.
Niente di più falso. Chiunque, prima di salire su un palco, è attraversato da una scarica di adrenalina. La differenza è che un relatore esperto la trasforma in energia positiva, uno poco bravo in ansia paralizzante.
Fateci caso, gli oratori che ci impressionano favorevolmente non iniziano mai il loro intervento con un filo di voce, ma con un timbro forte e deciso. Ciò non succede perché hanno timore che il microfono sia spento, semplicemente stanno “bruciando” l’adrenalina.
Posto che la caffeina non provoca i medesimi effetti su tutti (caffè sì o caffè no in prossimità dell’intervento, dipende dalle abitudini personali), sicuramente un paio di respiri profondi prima di affrontare la platea può aiutare, come si dice, a “rompere il fiato”.

3. Una persona timida non potrà mai eccellere su un palco.
Tutti conosciamo delle persone che preferiscono ascoltare, anziché parlare. Anche in ambito lavorativo non è raro trovare l’introverso che mal si adegua a lavorare in team e, di contro, predilige la solitudine e l’isolamento.
Di solito, quando l’introverso non si può sottrarre dal parlare davanti a un pubblico (per “ordini superiori” o perché deve relazionare su un progetto), gli viene istintivo imitare quelli più estroversi. In molti di questi casi, la situazione prende subito una piega a metà strada fra la tragedia comica e il disastro catastrofico.
Se la timidezza è un nostro limite, non serve a niente cercare di apparire falsamente sprizzanti di energia. Come già detto, con l’allenamento possiamo fare passi da gigante (a patto di volerlo) e riuscire così ad alimentare la nostra sicurezza con le cose che ci riescono meglio (la battuta puntuale, l’esposizione riflessiva, la conoscenza dell’argomento).

4. Per fare un ottimo discorso bisogna impararlo a memoria.
È l’approccio tipico dei principianti e di tutti quelli convinti che un ottimo discorso sia una sorta di monologo da imparare a memoria (virgole, punti e a capo compresi). Il risultato, e lo percepisce anche un bambino, è qualcosa di impersonale e senz’anima.
Un discorso funziona solo se nelle parole dell’oratore è possibile percepire la sua passione. E quest’ultima non può prescindere dall’empatia (leggasi anche dall’adattamento) che lo speaker riesce a instaurare con il pubblico. La preparazione non va confusa con l’imparare a memoria qualsiasi sfumatura del discorso.

I migliori oratori danno l'impressione di improvvisare, ma in realtà si preparano tutto. (J.F. Kennedy) Condividi il Tweet

Quindi, nulla vieta di tenere come riferimento una traccia mentale dei punti principali del discorso, ma se si vuole che questo diventi davvero memorabile sono indispensabili la flessibilità, l’attenzione alle sollecitazioni, l’improvvisazione.

5. Quando si fa un discorso in pubblico, una rigida impostazione è tutto.
Il famigerato leggìo, quel tabernacolo cui numerosissimi oratori (o presunti tali) si aggrappano quasi fosse un salvagente, è la madre di quasi tutti i discorsi noiosi.
Anche quando il protocollo ufficiale prevede che dobbiate parlare dietro questa palandrana, non esitate a rompere le regole!
Se volete essere davvero comunicativi, date al vostro corpo la possibilità di esprimersi, di gesticolare, di muoversi con la massima libertà. Ne guadagnerà la dimensione colloquiale e il vostro pubblico non vi dimenticherà.

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