I 7 vizi capitali del parlare in pubblico

È inutile che nascondiamo la mano, tutti (chi più, chi meno) abbiamo fatto, e continuiamo a fare, degli errori nelle nostre presentazioni in pubblico. Ho conosciuto molti oratori bravissimi e vi posso assicurare che nessuno di loro è senza peccato.

Tuttavia, ciò non impedisce che ognuno possa migliorare (e perfezionare) le proprie performance. Il segreto sta tutto nel riconoscere dove si sbaglia.

La Superbia

Il vizio. La tentazione di dimostrare la propria superiorità intellettuale (anche falsa e non comprovata) fa scivolare la presentazione in una sorta di atteggiamento altezzoso, malcelato da un velo di disprezzo (e poco rispetto) per gli altri.
Se siamo ferratissimi su un argomento o, all’opposto, non lo siamo affatto, ma per impressionare facciamo sfoggio di conoscenze estremamente dettagliate, il risultato che otteniamo è semplicemente quello di irritare il pubblico.

La soluzione. Nell’esposizione di qualsiasi contenuto è sempre meglio limitarsi alle informazioni essenziali, ci sarà tutto il tempo per approfondire gli aspetti più particolari nella sessione delle domande. La regola empirica prevede che per ogni minuto di relazione ci sia almeno una quantità di tempo tre volte superiore per i dettagli, gli argomenti in qualche modo correlati e i casi particolari.

L’Avarizia

Il vizio. Dobbiamo fare una presentazione tecnica di un prodotto (una lavatrice, un software, un’assicurazione) e ci limitiamo solo a descrivere come funziona. Cioè, non facciamo nessuno sforzo per rendere più accattivante la “fredda” sequenza dei dati.

La soluzione. Anche un fatto tecnico può essere trasformato in una storia (“Quella volta che la lavatrice ha allagato tutta la casa…”, “Quando avevo cancellato per sbaglio la tesi di laurea…”, “Nonostante fosse lì da secoli, all’improvviso l’albero è caduto sulla mia automobile…”). Una narrazione non necessariamente vera, ma assolutamente verosimile, ci collega emotivamente con il pubblico che, per via di questa situazione, elabora immagini mentali in cui si riconosce, facilitando così la comprensione di fatti complessi. Insomma, la teoria aristotelica (ethos, pathos, logos) continua a essere la migliore miscela per confezionare qualsiasi buona storia.

La Lussuria

Il vizio. È il piacere irrefrenabile (al limite della concupiscenza) di parlarsi addosso. Nel 1986, in occasione del III congresso del partito comunista cubano, Fidel Castro tenne un discorso entrato nel Guinness dei primati: 7 ore e 10 minuti! La fortuna dell’uditorio fu che ancora non esisteva PowerPoint, altrimenti si è calcolato che sarebbero servite qualcosa come 750 slide! Per quanta passione e trasporto si possa avere per le proprie opinioni, va considerato che il pubblico non è “un di più” inanimato, ma è la parte più importante di qualsiasi presentazione. In sostanza, noi facciamo le presentazioni per il pubblico, non per noi stessi.

La soluzione. Ovviamente, non esiste un tempo universale sulla lunghezza di un discorso in pubblico. Ci sono però alcune regole (anche queste da non prendere alla lettera) da tenere presenti nella nostra attività di public speaking. Fra le più interessanti (e efficaci) va sicuramente annoverata quella proposta dall’evangelista delle slide Guy Kawasaki: “10/20/30”. Ovvero, una presentazione fatta con PowerPoint dovrebbe consistere in un massimo di 10 slide, durare 20 minuti e contenere caratteri non più piccoli di 30 punti.

L’Invidia

Il vizio. Il successo degli altri (quelli bravi a fare le presentazioni) lo percepiamo come la causa dei nostri deprecabili risultati. Detto diversamente, se tutti facessero pessime presentazioni ci convinceremmo di fare un figurone.

La soluzione. Da quelli bravi possiamo solo imparare. Nel 2008, Steve Jobs presentò il MacBook Air dentro una busta gialla per documenti. C’era un modo migliore per comunicare l’eccezionale sottigliezza di quel computer? Va da sé che se noi oggi riproponessimo tout court la stessa scena faremmo solo ridere. Tuttavia, dal compianto guru di Apple abbiamo appreso le tecniche migliori per trovare, anche nelle nostre presentazioni, il giusto passo: la credibilità, la concretezza, la coerenza e, che non guasta mai, la chiarezza.
Entro i primi minuti ci giochiamo l’attenzione del pubblico anche per tutto il resto della presentazione. Ma come facciamo a sapere se il nostro attacco iniziale funzionerà? Se siamo in grado di superare il test dell’ascensore (possiamo esporre la nostra relazione in soli 20 secondi?), quello del bar (possiamo scrivere i nostri contenuti su un tovagliolino di carta?) e di nostra nonna (possiamo essere capiti da tutti anche sugli argomenti più difficili?) abbiamo buone possibilità di catturare fin da subito l’interesse del pubblico.

La Gola

Il vizio. Ci abbandoniamo al piacere di esagerare con i contenuti, dimenticando che lo scopo di una presentazione (qualunque essa sia) è quello di spingere il pubblico a compiere un’azione (comprare, approfondire, divulgare). Succede tutte le volte che terminiamo il nostro intervento con la famigerata slide “Grazie per l’attenzione” e, avendo esaurito il tempo a nostra disposizione, mandiamo tutti a dormire.

La soluzione. Per paura o impreparazione le domande finali sono sempre il momento che molti presentatori vorrebbero non arrivasse mai. Invece, sono un’ottima occasione per riassumere e dettagliare gli aspetti solo accennati nella relazione. In questa fase, per sua natura colloquiale e informale, è possibile aumentare il nostro tasso di credibilità e, di concerto, invitare le persone del pubblico a seguire il nostro blog, una prossima nostra presentazione o, semplicemente, a scambiarsi i contatti per rimanere aggiornate.

L’Ira

Il vizio. È sempre spiacevole venire contraddetti, specie se l’affronto mette a dura prova le nostre doti di auto-controllo. In questi casi, se reagiamo e rispondiamo a muso duro (come magari istintivamente saremmo portati a fare) la situazione non può che degenerare.

La soluzione. Siamo convinti di aver fatto le più belle slide del mondo, ma qualcuno del pubblico ci fa notare che per lui sono del tutto irrilevanti e che ha perso solo del tempo per venire ad ascoltarvi. Potete reagire in due modi: mandare il “tipo impertinente” (Ma come si permette?) direttamente a quel paese, oppure trovare un modo “resiliente” per ricomporre la situazione.
Ovviamente, la soluzione migliore è in ogni caso la seconda. Per ridurre l’atteggiamento di forte negatività di una persona (il “no” è il suo sentimento prevalente) è sufficiente fargli pronunciare un “sì”. Come fare? Sembra incredibile, ma ripetendo all’interlocutore la sua stessa obiezione sotto forma di domanda (“Lei ha detto che venendo qui ha solo perso del tempo?”) si ottiene giocoforza una risposta affermativa che sortisce immediatamente l’effetto di abbassare la tensione. In seconda battuta, riprendendo le critiche e facendole proprie, si argomenta il ribaltamento di senso (“Anch’io all’inizio la pensavo come lei, poi approfondendo le soluzioni e cercando di applicarle nel concreto ho scoperto che…”).

L’Accidia

Il vizio. È il più terribile di tutti. Lo si coglie immediatamente nelle molte presentazioni “fatte tanto per fare” dove gli unici messaggi che trasmettono sono la pigrizia, l’indolenza, la svogliatezza.
E così nella sala semibuia scorrono decine e decine di slide zeppe di testo (le slideuments) che il presentatore legge stancamente nel torpore generale.

La soluzione. Banalmente, sarebbe sufficiente evitare di fare delle slide come quelle che ci hanno fatto addormentare quando eravamo fra il pubblico. Nel dettaglio, i consigli sono sempre i soliti: poco testo e leggibile anche dagli ultimi posti della sala, immagini di qualità, al bando le clip art e gli elenchi puntati, molto spazio bianco, uso dei colori limitato al necessario.

(Photo by jaredflo)

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