Ogni maledetto lunedì

Inizia la settimana e fanno il loro esordio le riunioni di pianificazione. Briefing e de-briefing si inseguono come farfalle ebbre di sole in un prato. Parole, parole, parole (Mina docet) che avrebbero l’ardire di raccontare tutto, oltre ad aspirare a un loro ricordo memorabile.

La brutta notizia è che non succede quasi mai. Che diamo credito oppure a no alla controversa “regola” di Albert Mehrabian (in una relazione comunicativa il contenuto verbale influirebbe solo per il 7%, mentre maggior peso avrebbero il tono della voce, 38%, e tutti gli aspetti non verbali, 55%), è fuori di dubbio il ruolo del linguaggio del corpo sul modo in cui le persone percepiscono e interpretano le cose che diciamo. Ciò vale sempre, quando colloquiamo con qualcuno sull’autobus, in una situazione sentimentale, in un meeting di lavoro.

Rispetto a questo ultimo contesto, negli anni ho potuto appurare come le cattive abitudini del linguaggio del corpo siano state spesso fonte di equivoci, di incomprensioni, di errori.

Le tue mani su di me. La stretta di mano è sempre un buon inizio, anche nelle riunioni in cui i partecipanti si conoscono. È opinione diffusa che una stretta molle (altrimenti detta “del pesce lesso”) equivalga a una persona debole e con poco “polso”. È in gran parte vero, se non altro nel condizionamento che questa impressione lascia per tutto il tempo dell’incontro.
Stringere quanto basta, fino a “sentire” le ossa del metacarpo dell’altro, è il modo migliore per entrare in sintonia. Il tutto accompagnato da uno sguardo diretto e da un sorriso sincero. All’opposto, vanifichiamo tutto se stringiamo così forte da far diventare la mano blu e, ancora peggio, rivolgiamo lo sguardo altrove.

Gioco di mani, ma senza villani. Non facciamo mai un gran caso a dove mettiamo le mani, salvo quando dobbiamo parlare in pubblico (anche solo due o tre astanti bastano per far scattare la modalità “pubblico”). In quei frangenti ci accorgiamo di avere due appendici del corpo che non sappiamo dove mettere. Ecco allora che cercano di afferrare di tutto (capelli, matite, Post-It) con il risultato di deconcentrare noi e chi ci ascolta (volete mettere quanto è intrigante osservare uno che, mentre parla, giocherella con la penna fra le dita?). Quando poi le mettiamo addirittura in tasca… facciamo tombola!
Cosa dobbiamo fare per “gestire” le mani a dovere? Niente, assolutamente niente. Nel senso che non ci dobbiamo preoccupare di loro, una volta che iniziamo a parlare le mani seguiranno il ritmo e il senso del discorso in tutta naturalezza.

Rubate all’agricoltura. Le braccia incrociate sul petto vanno bene se lavorate come buttafuori in un locale, ma diventano un problema se in azienda dovete chiedere un aumento di budget per il vostro progetto. Il senso di chiusura è il primo segnale che affolla il cervello dei vostri interlocutori.

Spalle dritte! La postura ricurva dà subito l’impressione di essere in uno stato di sottomissione o, comunque, di non riuscire a sopportare l’onore (il carico) di ciò che si sta affermando. Se fate pugilato è un’ottima difesa, ma se il vostro scopo è convincere, petto in fuori e mento dritto sono la soluzione migliore.

Occhio per occhio. Gli esseri umani sono in grado di determinare con assoluta precisione da quale parte è diretto lo sguardo dei loro simili. Durante una conversazione, guardare dritto negli occhi dell’interlocutore trasmette convinzione e impegno (insomma, si fa intendere che non c’è niente da nascondere), al contrario, fissare un punto lontano lascia spazio a giudizi di insicurezza, disonestà, inaffidabilità. Mentre si parla, il contatto visivo con la platea è una delle tecniche più efficaci per trasmettere concentrazione, approvazione, assertività.

Vicini, vicini. La prossemica definisce categorie precise “al centimetro” circa le distanze più congrue da tenere nelle diverse circostanze. Senza fare l’elenco, atteggiamenti quali l’allontanamento (anche solo di un passo), l’appoggiarsi allo schienale della poltrona, il reclinare la testa all’indietro sono tutti “movimenti” che segnalano all’interlocutore scarso interesse per la conversazione.

Diamoci un tono. Fra il recitare il rosario e urlare a squarciagola c’è in mezzo la giusta misura. Quando si inizia a parlare con un volume della voce troppo basso succede fisiologicamente che si tende a diminuirlo sempre più, finendo l’intervento sussurrando. Al contrario, partire con il massimo dei decibel in dotazione si rischia che non vengano percepiti i cambi di tono. Infatti, sono proprio quest’ultimi che conferiscono significato e rafforzano il riconoscimento dei passaggi chiave dell’intervento.

Con questi piccoli accorgimenti, e con una buona dose di pratica, i nostri argomenti acquisiranno più autorevolezza e noi, che non guasta mai, guadagneremo in sicurezza. Perché teniamo presente che non c’è mai una seconda occasione per fare una prima buona impressione. Spesso, indipendentemente dalla qualità (o originalità) delle nostre idee.

(Photo by ernestoborges)

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