Un po’ di sfumature di curriculum vitae

Il curriculum vitae, nonostante i social media gli abbiano scippato lo scettro del monopolio inerente il racconto professionale individuale, viene ancora richiesto da moltissime aziende. Paradossalmente, mentre aumentano i livelli possibili di monitoraggio dei connotati di ciascuno (Google, Facebook e Linkedin vengono sempre più consultati per ricavare informazioni sull’ipotetico candidato), contemporaneamente si riduce il tempo di attenzione dei selezionatori del personale (mediamente otto secondi per ogni CV). Va anche considerato che ai recruiter arriva spesso solo un distillato del curriculum vitae, preventivamente filtrato dai sistemi di text mining.

Il primo (e fondamentale) risultato del curriculum vitae è quello di far giungere il candidato al colloquio, quindi va da sé che deve essere preparato in maniera tale da farsi notare subito nella fitta selva di barriere che gli si frappongono. Per dirla in una lunghezza d’onda più smart, va approntato secondo canoni, per così dire, attraenti.

Invece di 50, mi limito a sole 5 sfumature che, vi assicuro, sono altrettanto sexy!

E se il CV lo “legge” un algoritmo?

Posto che di solito non ci è dato a sapere se il nostro CV lo analizzerà un umano o un sistema automatico, prepariamolo in modo tale che possa superare il filtro di entrambi. Quindi, al recruiter non diamo motivi di rigetto immediato (errori grammaticali e mancanza dei requisiti per la posizione richiesta), mentre all’algoritmo forniamo le keywords più appropriate (attenzione che i software più evoluti “leggono” ed estraggono le parole chiave anche dai nostri post sui social media). Senza fare la lista della spesa, ci sono parole che andrebbero evitate perché ormai “consumate” e valutate come indice di scarsa capacità professionale:

– dinamico (fai jogging?);
– esperto (le cose, o le sai o non le sai);
– creativo (chi non lo è?);
– organizzato (tieni la tua scrivania in ordine?);
– responsabile (spegni la luce quando esci dall’ufficio?);
– motivato (vieni forse a lavorare per passare il tempo?);
– specializzato (nessuno sa fare tutto);
– analitico (strano, pensavo assumessi le decisioni a caso);
– efficace (se non lo fossi, perché dovremmo assumerti?).

Ovviamente, esistono anche dei termini che hanno un forte appeal sui selezionatori. È il caso di:

– ho raggiunto;
– ho gestito;
– ho migliorato;
– ho risolto.

Subito al punto

L’esposizione diretta è la più vantaggiosa. I cacciatori di teste, nonostante facciano tutto il possibile per assomigliare e agire come l’algoritmo del loro sistema di analisi, conservano pur sempre un’inclinazione arbitraria. Pertanto, fa una bella differenza scrivere “il sottoscritto è stato selezionato nel ruolo di project manager del reparto marketing, forte di 100 unità di personale” in luogo del più efficace “ho gestito 100 persone in qualità di project manager del reparto marketing”. Come già anticipato, i recruiter hanno l’attenzione di un cerino acceso e per questo dobbiamo cercare di eliminare tutte le parole superflue.

Fra hard skill e soft skill vince la sintesi

Il capitolo delle competenze viene spesso suddiviso nelle classiche categorie: principali (o hard skill) e secondarie (o soft skill). Al primo filone appartiene tutto ciò che è quantificabile e certificabile come i titoli di studio e gli anni di esperienza, mentre rientrano nel secondo le cosiddette abilità personali, come la capacità di comunicazione, il problem solving, e l’intelligenza emotiva.

Fatta questa distinzione, una descrizione del tipo “le elevate abilità di comunicazione, apprese grazie alla Laurea in Management e Marketing, mi hanno consentito di raggiungere buone capacità di gestione delle piattaforme sociali Facebook, Twitter e YouTube”, può essere sintetizzata in Laurea in Management e Marketing, Social Media Manager (hard skill) e ottime capacità di comunicazione (soft skill).

Il personal branding

Come fanno i prodotti a farsi scegliere sugli scaffali dei supermercati? Semplicemente, attraverso un marchio che li identifica e li rende diversi dagli altri. Nello stesso modo, un curriculum vitae ha bisogno di distinguersi dagli altri e lo può fare solo se viene predisposto secondo un’ottica di personal branding. In questo senso, così come ogni brand si adatta al contesto (un marchio di birra non pianifica il suo spot nella fascia oraria in cui vanno in onda i cartoni animati), anche un CV deve essere personalizzato in base alla posizione richiesta. Ad esempio, se l’azienda che ricerca è a conduzione familiare non ha molto senso mettere in evidenza l’aver gestito 100 persone, magari è molto più utile citare un’esperienza in una piccola impresa con tre o quattro dipendenti.

Quando la forma diventa sostanza

Non è solo una questione di forma. Avete fatto tutto bene e senza errori, poi spedite il file in formato .doc o .docx o .odt e chi lo riceve (ammesso che lo riesca ad aprire!) si irrita subito perché vede il documento disallineato. Per avere la garanzia che tutto appaia come l’avete impostato è tassativa la conversione del CV in PDF. Già che ci siete, evitate pure le font strampalate (il Comic Sans su tutti) e orientatevi su quelle più professionali. Arial e Times New Romans sono sempre una garanzia e a chi legge non offrono distrazioni di sorta.

A margine, una volta chiamati a sostenere l’agognato colloquio, preparatevi anche a rispondere alla domanda delle domande: “Ci dica, perché dovremmo assumere proprio lei?”.

► Il mio CV (in formato pdf)

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