La paura di parlare in pubblico

Conosco un’infinità di persone ferratissime nel loro ambito professionale, ma che non riescono a spiccicare una parola che sia una quando si trovano al cospetto di una platea. Secondo il cabarettista americano Jerry Seinfeld, la prima paura delle persone è quella di parlare in pubblico, la seconda è la morte. Al di là della battuta, per molti la paura dell’eloquio in pubblico è una vera e propria pozione paralizzante. Un incantesimo fatto di imbarazzo, terrore e di cosa possono pensare gli altri.

Dico subito che la paura è un’emozione, per così dire, salutare e la sua totale assenza metterebbe seriamente a rischio la nostra auto-conservazione. Tuttavia, aggiungo che molte delle paure che ci bloccano esistono solo nella nostra testa e per questo motivo possiamo controllarle. Come?

1. Un discorso, una relazione, una conferenza che ci vedono protagonisti rappresentano sempre un viaggio inedito, ed è così anche per coloro che hanno decenni di esperienza. La paura del nuovo è un fatto del tutto naturale. La tensione del primo giorno di scuola (quanti pianti!), della prima guida da “solista” (come eravamo imbranati!), del primo appuntamento sentimentale (che impaccio!) ce li ricordiamo come fossero successi ieri, ma abbiamo saputo affrontarli grazie a una potente forza di contrasto: il desiderio del successo. Quindi, anziché farci ammutolire dalla paura del disastro, immaginiamo vividamente l’applauso finale.

2. Non esistono i fallimenti, ci sono solo le esperienze. Una buona pianificazione del nostro intervento minimizza i rischi del disastro o, detto altrimenti, ci consente di calcolare e gestire gli eventuali imprevisti. Avere chiaro in testa lo svolgimento del discorso (che non significa impararlo a memoria!) incrementa il tasso di sicurezza e porta sullo sfondo l’ansia. È falso ritenere che solo chi non fa nulla non sbaglia mai, è vero invece che l’immobilismo rappresenta la fonte principale degli errori. Mettiamola così: quando abbiamo paura di fare una determinata cosa, normalmente è perché abbiamo un assoluto bisogno di farla.

3. Cosa penserà il pubblico di me? Si tratta di un pensiero talmente pervasivo da farci dimenticare completamente cosa dobbiamo dire e perché siamo lì. La tecnica più efficace per demolire questa barriera è la nostra convinzione che, meglio dirlo, è il contrario della supponenza. La preparazione, lo studio e l’esperienza impediscono agli altri di impadronirsi del nostro stato d’animo. Dobbiamo accettare le critiche e i suggerimenti, ma con la stessa energia abbiamo il dovere di respingere la negatività racchiusa nelle polemiche vuote e inconcludenti.

4. Starò facendo la cosa giusta? Chissà quante volte ce lo siamo ripetuti mentre preparavamo un discorso o una presentazione multimediale. Ma chi lo può dire se non ci mettiamo mai in gioco? Tutto si può migliorare, ma questo percorso si attiva solo se lo sperimentiamo in prima persona. Di sicuro, rivedendo oggi i nostri primi interventi in pubblico vi troviamo mille difetti e sarà la stessa cosa quando, fra un po’ di tempo, analizzeremo quelli di adesso. Nonostante tutto questo, non è infinitesimamente più frustrante arrovellarsi il cervello su come sarebbe potuta andare una presentazione che, per paura, non abbiamo mai fatto?

5. Ritenere di avere poca o non sufficiente conoscenza sull’argomento da trattare è un altro di quegli ostacoli che dobbiamo saltare a piedi pari. Se aspettiamo di sapere tutto, addio! Anche con gli esami all’università succedeva qualcosa di analogo: ci mancava sempre quella settimana in più per ritenerci davvero pronti. Poi, ci presentavamo (comunque e anche per forza) all’appello e ci toglievamo di mezzo la materia di turno. Non voglio dire che va bene anche l’approssimazione, ma se ci armeremo di curiosità (cercare, leggere, studiare) sapremo districarci anche quando fra il pubblico ci sarà chi ne saprà più di noi. Succede, è matematico.

E adesso, pillola blu o pillola rossa? Lo dice il nome stesso, rimanere nella zona di comfort è molto comodo e, lasciatemelo dire, comporta anche bassissimi rischi. Per altro verso, lo diceva già Einstein, se si fanno sempre le stesse cose si ottengono inevitabilmente sempre gli stessi risultati.
Se non cominciamo a demolire i muri della paura, spesso solo immaginari, pregiudichiamo moltissime delle nostre prerogative professionali. Lo so, non ci si inventa provetti oratori da un giorno all’altro, ma è altrettanto vero che nessuno nasce sopra un palco.

I più bravi a parlare in pubblico sono banalmente coloro che hanno investito più degli altri in questa loro abilità. Non ci sono trucchi o chissà quali reconditi segreti. Più semplicemente, al netto del quoziente di preparazione individuale, ci sono quattro regole fondamentali da seguire:
– la semplificazione, perché la chiarezza sta nel meno;
– il superamento dei blocchi mentali, perché spesso sono solo delle nostre convinzioni;
– la selezione degli argomenti, perché se si vuole essere noiosi basta dire tutto;
– la seduzione, perché esistono sempre delle parole che emozionano più di altre.

3 risposte a “La paura di parlare in pubblico”

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