Il burnout digitale che è in noi

Insieme all’infinito, il tempo è un altro di quegli enigmi che da sempre tiene banco nelle dissertazioni filosofiche. Del resto, anche fuori dai contesti accademici, è alla portata di tutti la sperimentazione diretta della cifra soggettiva che contamina questa fascinosa dimensione. Infatti, a quanti è capitato di sperimentare come nei momenti di gioia il tempo sembri accelerato? E, per altro verso, come lo stesso lasso di tempo ci appaia interminabile, ad esempio, quando siamo seduti sulla poltrona del dentista?

Visto dalla mia età, il tempo si presta addirittura a considerazioni di lungo periodo: i diciotto anni non sembravano arrivare mai, poi, una volta preso l’abbrivio, i decenni sono volati a velocità supersonica.

Un anno dura sempre un anno. O no? L’interrogativo si pone oggi in maniera ancora più contingente perché la modalità always-on sta trasformando il ritmo delle nostre vite. Il “sempre connessi” ha cambiato ancora di più la percezione del tempo e, con altri effetti, anche quella dello spazio.

Passiamo più tempo sui nostri dispositivi info-elettronici che non nel letto a dormire. Lo smartphone, il tablet e lo stesso computer non sono più una “semplice tecnologia”, ma una vera e propria estensione del nostro corpo. Una sorta di connettore fra la vita online e quella offline dove il confine diventa continuamente più labile, a tal punto da non farci più distinguere da quale parte ci troviamo.

Gioco facile per i luddisti che invocano un ritorno all’antico o, quanto meno, vedono inevitabile l’introduzione di pesanti vincoli nell’utilizzo dei “nuovi” strumenti digitali. Senza essere così estremi, è tuttavia indubitabile come “l’invasione dei bit” abbia fatto emergere conflitti fino a questo momento sconosciuti. Ci vanno di mezzo il rapporto fra genitori e figli, quello fra i coniugi e, non da ultimo, il rendimento sul luogo di lavoro.

Ora, il tema non è appurare quanta contaminazione della vita virtuale ci sia nelle nostre vite reali, ma come affrontare o, meglio, riuscire a regolarsi di fronte a questa esistenza che quotidianamente va a spasso con il suo doppio.

Ritorno sulla questione del tempo. Questa volta visto nella sua distribuzione fra lavoro e tempo libero (o tempo di vita, come lo chiama qualcuno). La “comodità” di ricevere tutta la posta sullo smartphone include l’inconveniente che la giornata di lavoro non termini mai. Anche se non viene innescata un’azione conseguente, una mail di lavoro “fuori dall’orario di lavoro” dilata non solo il tempo canonico in cui dovremmo essere professionalmente impegnati (e, si presume, per il quale veniamo remunerati), ma anche lo stress correlato. In sostanza, il “nostro” tempo, quello delle relazioni personali e, banalmente, quello dell’ozio, si assottiglia fino a sparire del tutto. Ecco allora presentarsi il corto-circuito o, come si usa dire oggi, il burnout digitale.

La digitaldipendenza, ancorché poco esplorata in campo medico, mostra già contorni piuttosto definiti. I disturbi psicologici derivanti dall’utilizzo massivo dei social media e, più in generale, ascrivibili a internet sono in costante aumento. Una progressione sintomatica non dissimile da quella che si registra con le droghe sintetiche. Tanto che al policlinico Gemelli di Roma l’internet addiction è annoverata fra le dipendenze prese in carico, insieme a quelle “storiche” causate dalle sostanze stupefacenti.

Non si tratta di un caso e tanto meno di una esagerazione. Infatti, si è potuto riscontrare come la dipendenza digitale inneschi nel cervello meccanismi simili a quelli prodotti dagli oppiacei. Il rilascio di un neurotrasmettitore come la dopamina avviene secondo modalità pressoché identiche. L’ansia di non trovare un mi piace a margine di un nostro post o una dose, con le opportune differenziazioni negli effetti, segue la stessa traiettoria cerebrale.

All’ossessione per il gioco online si stanno lentamente sostituendo patologie come la Facebook Addiction Disorder e il download compulsivo di musica e video. Ogni momento vuoto (o non del tutto pieno) diventa un’occasione per “andare online”. Succede quando siamo in fila davanti a un qualunque sportello, quando siamo in treno o sull’autobus, quando siamo fermi al semaforo. Una reazione di default che potremmo definire come una sorta di stampella sociale che va a sostituirsi (isolandoci) a tutto quello che ci circonda. E anche quando siamo fuori dalla tana del cyberspazio, è sufficiente il tono di una notifica per farci salivare il gusto di quello che irrefrenabilmente ci aspetta, ne più ne meno come i cani di Pavlov. Internet è il padrone e il suo segnale è un ordine che innesca riflessi condizionati.

Senza avanzare alcuna ipotesi definitiva, pensate solo a quante volte in un’ora guardate il display del vostro telefonino. Dieci? Quindici? Venti? Se siete in questo range, il conto è presto fatto: significa che controllate lo smartphone mediamente 150 volte al giorno. Superare questo limite di tre o quattro volte significa, secondo gli psicologici, essere già un dipendente conclamato dal flusso digitale.

Per queste ragioni, due colossi tedeschi come la BMW e la Volkswagen si stanno ponendo seriamente il problema di come tutelare l’integrità mentale dei propri dipendenti, almeno per quanto attiene alle contingenze digitali squisitamente professionali. Le sperimentazioni riguardano, ad esempio, la sospensione dell’account di posta a fine turno o, addirittura, la sua totale cancellazione quando il dipendente è in ferie. La cosa è talmente seria che il governo tedesco sta valutando l’emanazione di un dispositivo legislativo in questo senso.

Dopo l’ubriacatura, che stia cominciando l’era del benessere digitale?

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