Sulla reputazione e il valore, dentro e fuori dalla rete

Il pensiero anarchico di fine ottocento aveva profetizzato la nascita di una società senza denaro. Le nuove monete di scambio, per così dire, sarebbero state la reputazione e la credibilità che ogni individuo avrebbe capitalizzato tramite il proprio lavoro manuale e intellettuale. Volendo estremizzare, ai nostri giorni potremmo pensare a Klout come a una sorta di versante pratico di quelle teorie utopiche. Un indice che misura la nostra influenza online, ma che si riverbera con risvolti sempre più cangianti anche nella vita analogica.

Molto più della fotografia e del cinema dove “ci si limita al ritorno del morto” (questi mezzi riproducono all’infinito la presenza di chi non c’è più), internet fa (ri)vivere esistenze parallele, senza disdegnare “incursioni” e “sovrapposizioni” con la realtà reale. Come dire, dove si colloca il confine vero di un social media come Facebook?

Il virtuale, l’altra faccia del denaro

A questo punto, spostando leggermente il punto di vista, non è difficile intravvedere il trait d’union fra virtuale e reale anche nel denaro, nel suo passaggio storico da analogico a virtuale. Un denaro sempre meno fatto di atomi “ingombranti” e sempre più affidato alla leggerezza dei bit delle carte di credito e delle transazioni online. Con il denaro digitale, il virtuale viene sdoganato dalla sua aurea di finzione e di altro rispetto alla realtà. Con il denaro digitale (i bit) si possono comprare tutte le merci (gli atomi). Si mette così in atto una conversione bidirezionale che finisce per confondere e rende praticamente indistinguibili i due livelli.

La cosa diventa ancora più evidente nelle borse, dove si scambiano (attraverso la mediazione di denaro impalpabile in quanto digitale) merci che “fisicamente” non sono lì presenti. Fino al delirio virtuale dei derivati, in cui le merci non sono nemmeno da un’altra parte del mondo, dal momento che in quel preciso momento non esistono proprio. In buona sostanza, denaro virtuale che “compra” merci non ancora esistenti in forma di materia (atomi). È come se oggi si acquistasse la produzione vitivinicola del 2016. Un evento che ancora si deve verificare e del tutto aleatorio, almeno nelle quantità.

Il linguaggio ricostruisce ciò che non c’è o non c’è più

In un mondo realvirtuale cosa resta degli uomini e della loro natura biochimica? Ha ancora un significato emotivo ascoltare con le proprie orecchie (e non attraverso un medium tecnologico) il battito del cuore di un’altra persona, oppure avvertire il brivido del respiro dell’altro/a sulla propria pelle? Da quando l’uomo è diventato un animale sociale, vive di parole e di informazioni (che di fatto sono altro da sé).

Pian piano la realtà immediata del pensiero (il linguaggio e i concetti che veicola) ha determinato che la sua natura (il suo bios) si staccasse e diventasse semplicemente una superficie comunicativa. Infatti, con il linguaggio inizia la vera era digitale. Per la prima volta nella storia dell’evoluzione, le parole permettono di costruire e “far rivivere” ciò che non c’è o non c’è più. In questo istante, posso scrivere di Garibaldi e “ricostruire” la sua presenza, nonostante sia morto da oltre un secolo. In definitiva, il corpo era diventato virtuale molto prima di internet e del web 2.0.

Internet ha solo compiuto il prodigio finale, quello di trasformare la memoria e il sapere individuale in qualcosa di più grande, di comunitario, di globale.

Il valore della reputazione

Tuttavia, resta ancora irrisolta una questione. Se il sapere, diffuso e planetario, origina un nuovo modello di economia di condivisione non mediata dal denaro, è possibile che questa si ponga come alternativa, sostenibile e praticabile, rispetto all’attuale economia commerciale basata sull’assegnazione del valore monetario ad ogni azione? Estremizzando, è pensabile una società che si libera del denaro e basa il suo funzionamento esclusivamente su processi di tipo mutualistico?

Non nascondo che la prospettiva è affascinante, almeno in via teorica. Di contro, anche la filosofia più benevola poco può nei confronti degli ultimi baluardi dell’atavica natura dell’uomo: l’egoismo e l’avidità. Non sono stati forse questi i motivi della cacciata dal paradiso terrestre?

È senz’altro pensabile una sparizione del denaro, ma dati gli “istinti” incastonati nella catena umana del DNA, è del tutto verosimile che ciò lascerà il posto a un plusvalore astratto, inscindibile dalla contingenza “violenta” dell’invidia.

Per una economia del sapere

Tuttavia, sono anche convinto che la condivisione della cultura (libera e senza barriere tecnologiche) possa imprimere un forte impulso all’ibridizzazione del sistema. Una sorta di fusione fredda fra il valore (non monetario) del sapere e il valore (monetario) di scambio delle merci.

Oggi viviamo dentro un sistema ossessionato dal denaro. Il denaro (ma sarebbe meglio chiamarlo capitale) rappresenta l’espressione più alta del potere e il metro di valutazione dello status sociale.

L’unico modo per uscire da questo cortocircuito è quello di partire dall’idea di vita. E cos’è la vita se non un concentrato cromosomico di sapere? E che valore può avere il sapere se non viene condiviso con altri?

Esiste già oggi un’economia parallela (quella del dono) che si offre come baluardo alla eccessiva personificazione del capitale. Un modello economico (non monetario) che, nonostante tutto, riesce a convivere con le aberrazioni del “per tutto il resto c’è Mastercard”.

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