Il futuro delle storie

Viviamo di narrazioni. O di racconti, se il termine può sembrare più familiare. Vediamo un film e cerchiamo di narrarlo (raccontarlo) a chi non l’ha visto. La sera, tornando dal lavoro, narriamo (raccontiamo) ai nostri familiari le piccole (o grandi) cose capitateci durante la giornata. La narrazione costruisce il nostro ambiente sociale per eccellenza e lo divide con l’intreccio dei racconti di altre persone. È sempre stato così e, si spera, continuerà ad esserlo per molto tempo ancora.

Succedeva prima dell’invenzione del telefono, succede oggi con i social media

Le persone hanno bisogno di tracciare delle storie, di riassumere le loro esperienze, di sentirsi confermate nel dialogo con i loro simili.

Così come l’invenzione dell’elettricità ha “accorciato” e cambiato il mondo, i media digitali hanno “fatto toccare” il linguaggio. Il display touch è di fatto il versante tecnologico delle nostre funzioni di ricerca elaborate cognitivamente. Non è forse un’icona fatta di neuroni la meta del nostro pensiero (il cursore) quando ricreiamo nel cervello un oggetto, una parola, un’emozione?

I pensieri sono azioni. (Friedrich Nietzsche) Condividi il Tweet

Non è finita. Più le parole diventano delle scosse elettriche (si pensi alla grande varietà di post sul genere “Non mi sento bene.”), più cresce il bisogno della presenza del corpo, indipendentemente dalla sua fisicità biologica.

Prima ci esprimevamo attraverso il punto di vista, oggi il punto è esserci

Ovvero, non esiste più unicamente lo stare davanti allo spettacolo, ora ci siamo finiti (più o meno volontariamente) dentro. In questo senso, i Mi piace e le condivisioni sono la nostra presenza confermata, l’essere per l’appunto.

Normalmente, i telegiornali lanciano l’allarme ogni qualvolta una ricerca indichi come il 35% delle persone controlli la “propria situazione su Facebook” nei primi 5 minuti dal risveglio. Calma, la metà se ne accerta entro un quarto d’ora! Non è l’inizio dell’apocalisse, come l’informazione mainstream ci urla allo scopo di terrorizzarci. È cambiato semplicemente il campo di gioco, il nuovo terreno si chiama globalizzazione delle storie.

Tuttavia, pur sapendo più cose che in passato, non sappiamo (e non controlliamo) tutto quello che si sa di noi, compreso ciò che si potrebbe sapere. Su questo aspetto, Zuckerberg taglia corto: “Privacy is over”. Una trasparenza che spaventa, ma volendo essere ottimismi perché non pensare anche alla possibilità che questo inedito palazzo di vetro riporti al centro valori “dimenticati” come l’onore, la correttezza, la sincerità? È forse un caso se le varie tangentopoli italiane vengono a galla sempre più spesso proprio grazie all’estensione delle interconnessioni e alla loro pervasività? In ogni caso, data la frequente reiterazione di questo tipo di reati, viene da dire che ancora oggi “nell’ambiente” solo Provenzano (con i suoi pizzini) aveva compreso la pericolosissima (per lui) portata dell’always connected.

Si mente nella vita, non nel racconto che se ne fa. (Aldo Busi) Condividi il Tweet

Anche se tributo alle piattaforme sociali una funzione salvifica circa la liberazione delle idee, al pari non nascondo i rischi collaterali dell’epocale cambiamento in atto. Le storie sono sempre meno dipendenti dalla visione alfabetica (lo dimostra il fatto che il processo di riduzione dell’analfabetismo si sia pressoché arrestato negli ultimi anni) a totale vantaggio di un racconto simultaneo (frasi a spot, spesso sgrammaticate, emoticons, punteggiatura a mitraglia), per sua natura da fruire con un colpo d’occhio.

Si potrebbe dire che stiamo ritornando all’era della pre-scrittura, con l’aggravante che, a differenza di quell’epoca, l’eloquio se la passa di certo peggio. Un linguaggio solo sfiorato e talvolta addirittura by-passato.

Le storie e la Storia ci stanno lanciando una sfida

La nostra mente saprà ancora distinguere fra l’istantanea simultaneità della mediasfera e il ritmo sequenziale del nostro racconto interiore? Non dispongo della dimostrazione, ma sono convinto che la superiorità umana sulla tecnologia passi inevitabilmente da qui.

Le tartarughe potrebbero raccontare, delle strade, più di quanto non potrebbero le lepri. (K. Gibran) Condividi il Tweet

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