Sul copyright e altre finzioni

L’arte e la scienza sono libere e libero ne è l’insegnamento. Questo principio, contenuto nell’articolo 33 della Costituzione Italiana, stabilisce di fatto che la conoscenza è tale solo se si può condividere. Ne discende che l’esercizio del sapere fonda le sue radici su presupposti di pubblica utilità. Diversamente, se fosse assoggettato alla disciplina privata delle merci, adesso non sarei nemmeno in grado di scrivere queste righe.

Se non ci fosse stata data la possibilità di salire sulle spalle dei giganti, cioè di coloro che prima di noi hanno elaborato, scritto, analizzato e reso disponibile il loro pensiero, ogni volta sprecheremmo un sacco di tempo per re-inventare la ruota.

Il tema della cosiddetta proprietà intellettuale si è imposto, almeno nei termini attuali, con lo sviluppo della società industriale. Da quel momento, il nascente sistema capitalistico scopre un nemico, le idee. Vale a dire un bene fino a quel momento pubblico. Di fatto, le idee rappresentano l’antitesi alla logica del profitto fine a sé stesso.

Il sapere tende a farsi vedere. Se lo si tiene segreto, deve vendicarsi. (Elias Canetti) Condividi il Tweet

Succede così che “utilizzare” le idee altrui diventa un furto perseguito per legge. Si definiscono in quegli anni le basi giuridiche del copyright e dei brevetti che quindi non sono un diritto naturale, ma esistono più o meno da duecento anni. Nonostante ciò, il grande capitale è riuscito a ingannare il mondo, facendogli credere che da sempre il pensiero è una merce scarsa e per questo governabile con gli stessi meccanismi economici dei prodotti: una domanda, un’offerta, un prezzo.

Questo impianto, per quanto assurdo, è riuscito ad arrivare fino ai giorni nostri, superando guerre e tracolli economici, ma ora la sua spinta propulsiva pare destinata a esaurirsi. I nuovi diritti di cittadinanza (su tutti il libero accesso alla conoscenza, accelerato dal digitale), hanno sancito che la proprietà intellettuale è un fardello anti-storico.

Si pensi, ad esempio, alla anacronistica funzione della mediazione editoriale in un contesto, come quello attuale, in cui la conoscenza si è liberata dell’ingombrante peso degli atomi e si muove con l’agilità dei bit. Per questa via è facile constatare come il sistema editoriale non possa più vedersi riconosciuta la stessa importanza di quando esisteva solo la stampa come unico mezzo di veicolazione delle idee. Nell’età pre-digitale la riproduzione fisica del pensiero richiedeva tecnologie complesse e costose, oltre alle risorse da impiegare per la sua diffusione in forma di carta stampata. In una siffatta situazione gli editori svolgevano la funzione di mediazione (soprattutto tecnica) fra il pensiero degli autori e il pubblico.

Il mondo è cambiato. Pertanto, fatti salvi i diritti degli autori (mettendo però in discussione la loro assurda durata di 70 anni dalla morte dell’autore stesso), oggi il ruolo degli editori dovrebbe essere quello di favorire la circolazione delle informazioni. Invece, assistiamo a una lotta di retroguardia e di difesa delle posizioni di privilegio, di fatto frantumate dal digitale.

In ogni caso, il nuovo scenario che si sta profilando non lascerà scampo ai novelli vetero-luddisti. La loro piramide, per la prima volta nella storia, ha incontrato la nuvola. Non serve più un supporto fisico (e pesante) per “spostare” le idee e, per di più, queste non sono soggette a usura.

Qualunque cosa si dica in giro, parole e idee possono cambiare il mondo. (John Keating) Condividi il Tweet

Esattamente due secoli fa, l’allora Presidente degli Stati Uniti, Thomas Jefferson, con molta lucidità aveva già precorso i tempi:

Chi riceve un’idea da me, ricava conoscenza senza diminuire la mia; come chi accende la sua candela con la mia riceve luce senza lasciarmi al buio.

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