Da Courbet a Facebook

Senza nulla togliere (ci mancherebbe!) alla grandezza del Louvre, il Musée d’Orsay ha sempre avuto per me un fascino particolare. L’eclettismo architettonico della ex-stazione, rivoluzionario come le opere che espone, trasforma questo tempio dell’arte in un luogo che sembra fatto apposta per fare discutere. Insomma, impressionismo, post-impressionismo e le avanguardie di fine Ottocento prevedono solo due modalità: piacciono o non piacciono. In ogni caso, è impossibile rimanere indifferenti.

Un’opera che da quasi un secolo e mezzo continua a far parlare (e sparlare) è senza dubbio L’origine du monde, dipinta nel 1866 da Gustave Courbet. Ad accendere il già nutrito dibattito, recentemente è intervenuto nella controversia nientepopodimeno che sua maestà Facebook.

I fatti. Un professore francese, Frédéric Durand-Baissas, pubblica sul proprio profilo Facebook la locandina di una mostra con in bella vista la vagina di Courbet. Immediatamente scattano gli automatismi del social media e il profilo dell’ignaro insegnante viene oscurato per tre giorni. Senza andare troppo per il sottile, Facebook si arroga il diritto di fissare il confine fra arte e pornografia.

Ma l’insegnante non si dà per vinto e intenta una causa contro l’ormai più popolosa nazione del pianeta. Fino qui, verrebbe da dire, “normale amministrazione”, invece c’è una grossa novità e arriva dal fronte giurisprudenziale. I legali di Facebook hanno invocato la competenza di un tribunale della California (come peraltro indicato nelle policy sottoscritte, e spesso non lette, da ogni utente del social media), ma l’avvocato dell’internauta l’ha spuntata e ora la questione è in capo alla Corte di Parigi.

Per la prima volta viene messa in discussione l’efficacia sovranazionale delle “leggi” di Facebook. D’ora in avanti, ne possiamo stare certi, questo precedente cambierà parecchie cose nel mondo delle piattaforme sociali.

Tuttavia, al di là della disputa legale, l’episodio ripropone un tema sempre attuale che genera discussioni interminabili, sia fra gli accademici che nell’ambito dei “semplici” appassionati. Cos’è arte e cos’è pornografia? O, più in generale, cos’è arte e cosa non è?

Se da un lato la Fontana di Marcel Duchamp ha stabilito che arte è tutto ciò che definiamo tale e quindi lo è anche un orinatoio rovesciato, dall’altro non si sono mai sopite le polemiche sulle opere glamour di Helmut Newton, sui richiami espliciti alla omosessualità nelle raffigurazioni di Robert Mapplethorpe o, per citarne un altro, sulle donne legate di Nobuyoshi Araki.

Per ritornare al tema, è dello scorso anno la performance di Deborah De Robertis al d’Orsay, proprio sotto il celebre dipinto. Lo specchio dell’origine, questo il titolo “dell’installazione” rappresentata dall’artista, era il tentativo di incarnare “lo sguardo assente del sesso” nell’opera di Courbet. La polizia francese, senza nemmeno aver bisogno dei sofisticati algoritmi di Facebook, l’ha condotta in commissariato con l’accusa di “esibizionismo in luogo pubblico”.

C’è di che riflettere. Sull’arte, sull’etica, sulla morale e su moltissime altre cose. Ma in questo giorno, otto marzo duemilaquindici, varrebbe anche la pena soffermarsi a ragionare sul dilagare di questo falso perbenismo e anche sulla nostra totale cecità di fronte alla “merce donna” che riempie in quantità industriali (è il termine giusto) le pagine patinate dei rotocalchi.

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