In Italia, scuola digitale è un ossimoro

Se prima era sufficiente fare un giro nelle scuole italiane per rendersi conto “a naso” di quanto l’innovazione fosse per lo più una chimera, adesso la conferma arriva anche dall’indagine realizzata dalla Commissione Europea nel 2013 (Survey of Schools: ICT in Education): il nostro sistema scolastico è agli ultimi posti per quanto riguarda le attrezzature informatiche.

Se in Norvegia c’è un computer per ogni studente, nel Bel Paese il rapporto scende a uno ogni dodici studenti. Come se non bastasse, la metà di questi sono inattivi (guasti o ancora nel loro imballo). Ma più preoccupante è il dato sulla connettività: in Italia c’è un computer connesso a internet ogni 91 studenti (la media UE è di 14, mentre nella “solita” Norvegia il rapporto è di 1:1).

A proposito di qualità della connessione, in Italia (non solo nelle scuole) la velocità media è di 4,9 MB/s, mentre nei paesi del nord Europa si naviga con prestazioni quasi tre volte superiori.

Ora, non è mia intenzione tradurre automaticamente questa impietosa analisi con l’equazione “pochi computer uguale poca scuola”, ma resta pur vera la perdita di competitività del nostro sistema educativo, ormai cronicamente asfittico sul fronte degli investimenti. Va da sé che quando diventa “volontariamente obbligatorio” il contributo dei genitori per l’acquisto delle dotazioni minime a garanzia del funzionamento dei bagni (leggasi “carta igienica”), non ci si può fare illusioni per quanto riguarda il possibile reperimento di risorse da impiegare su versanti più qualificanti.

Lo scopo dell’educazione è quello di trasformare gli specchi in finestre. (Sydney J. Harris) Condividi il Tweet

Tuttavia, il divario digitale non è solo una questione di computer, di cavi e di router. Nel nostro paese è soprattutto il differenziale delle competenze* quello che in questo momento fa sentire di più il suo peso. La mancanza di formazione (e in certi casi di preparazione) del corpo insegnante pregiudica, ora e in futuro, qualsiasi intervento di modernizzazione, così come giustamente auspicato dal progetto partecipativo della Buona Scuola. Fino a quando una “normale” implementazione digitale, come l’introduzione del registro elettronico, manderà letteralmente in panico tanta parte degli insegnanti italiani, qualsiasi cablaggio infrastrutturale non riuscirà mai a portare i risultati sperati.

Da inguaribile ottimista, quale sono, vorrei vedere la scuola italiana ritornare di nuovo in corsa per le prime posizioni in Europa e non sentire più parlare di “fuga dei cervelli” e dei relativi incentivi fiscali per farli rientrare in patria. Poi c’è la realtà delle cose, quella di tutti i giorni, con una quantità consistente del patrimonio scolastico privo delle agibilità edilizie, professori che si arrendono e smettono di indignarsi, studenti demotivati e senza nessuna fiducia nel futuro che dovrebbe rappresentare la loro materia di studio più importante.

Il compito del moderno educatore non è di disboscare giungle, ma di irrigare deserti. (C.S. Lewis) Condividi il Tweet

Non si scappa. La soluzione è rivoluzionaria e la rivoluzione si chiama cultura.
Il giorno in cui avvertiremo un dolore fortissimo al cuore per il vandalismo ai danni della Barcaccia del Bernini, prima ancora di preoccuparci del risultato di una partita di calcio, solo allora potremmo forse ricominciare a sperare.


* Ora, la quadratura del cerchio è stata affidata ai cosiddetti “animatori digitali” che guideranno l’attuazione del Piano Nazionale Scuola Digitale (PNSD) e si occuperanno di innovazione nei loro istituti.

Come succede spesso in Italia, anche questa volta si tratta di una buona idea fatta male:
1) è previsto un solo animatore digitale per istituto, mentre sarebbe stato più efficace individuarne almeno uno in ogni plesso;
2) l’animatore digitale viene scelto fra i docenti di ruolo dell’istituto, escludendo a priori la possibilità di individuare competenze (già formate) al di fuori dell’ambito scolastico;
3) da quello che si legge, in capo all’animatore digitale ci sarebbero, fra le altre cose, la “settimana digitale”, l’elaborazione del progetto di formazione, la formazione stessa e la realizzazione dei progetti praticamente a costo zero (quale insegnante, al netto della passione personale, eseguirà “bene” questi compiti per circa 700 euro lordi/anno, configurati quali compenso da lavoro straordinario e tassati al 48%?).

L’impressione è sempre quella di assumere dei provvedimenti “di facciata”, senza mettere minimamente a tema la definizione del ruolo del digitale nella didattica: la LIM non è un proiettore, i libri scolastici digitali non sono la versione “pixelata” della carta, il software proprietario (ancorché fornito gratis) non è la strada per acquisire la consapevolezza della conoscenza.

Alla fine, spero con tutto il cuore di sbagliarmi, la soluzione facile e “senza impegno” sarà quella del tablet di marca e proprietario (quasi) per tutti. Il digitale a scuola non è solo saper usare (o accendere) un congegno elettronico, è soprattutto comprendere tutta la portata (vantaggi e rischi) dei nuovi paradigmi formativi.

Se si continuerà a usare una padella per piantare i chiodi, alla lunga si rinuncerà ad appendere i quadri, rendendo la vita delle future generazioni meno bella e più povera.

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