Siti web governativi e sprechi

Quando la galassia internet era ancora ai primordi, la modernità di un’istituzione pubblica o di un’azienda si misurava a colpi di www. A quei tempi, chiunque avesse avuto un proprio sito web era automaticamente considerato alla stregua di un’incarnazione del futuro.

Poi sappiamo come sono andate le cose. Da un lato, il brusco raffreddamento degli entusiasmi infiammati dalle dot com, dall’altro la triste constatazione (ma ancora oggi, la non consapevolezza) che un hosting poco può di fronte alla carenza o, addirittura, alla mancanza dei contenuti.

Mentre per il primo aspetto è stata per molti versi metabolizzata la lezione (il commercio online non si improvvisa), sul secondo fronte continuano a proliferare una miriade di cattivi esempi.
Non mi riferisco solo a quelle istituzioni pubbliche che ancora a Natale sfoggiano nella home page la sagra del cocomero, ma soprattutto all’amministrazione centrale che per prima dovrebbe dare il buon esempio.

Invece, grazie a una minuziosa indagine de Il Sole 24 Ore (l’analisi prende in considerazione il periodo 2002-2015), veniamo a scoprire che il Governo Italiano dispone di ben 241 siti web, molti dei quali inattivi, alcuni con evidenti sovrapposizioni di contenuti e altri di dubbia utilità per il cittadino.

Una schizofrenia politica che si legge, più che in qualsiasi altro modo, nella smania di reinventare la ruota ogni qualvolta si tratti di comunicare online “come fare le riforme”. I vari governi che si sono succeduti in questi tredici anni hanno lasciato un vero e proprio cimitero digitale: attuazioneprogramma.gov.it, attuazione.gov.it, programmazioneconomica.gov.it, programmagoverno.gov.it, riformeistituzionali.gov.it, riforme.gov.it, attuazioneriforme.gov.it per arrivare all’attuale passodopopasso.italia.it (attualmente vegeto, ma dopo oltre sei mesi ancora in versione beta).

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L’exploit lo raggiungono i domini.gov.it (Presidenza del Consiglio, Dipartimenti, Ministeri) che constano di ben 154 siti web dei quali più di un terzo inattivi (ben 64).

Sicuramente, questa approssimazione si paga in termini di immagine. Ma non solo.
Prendendo per buono il costo sostenuto per la realizzazione di VeryBello.it (secondo il Ministero per i Beni e delle attività Culturali e del Turismo si tratterebbe di 35mila euro) e aggiungendo canoni e manutenzioni varie per tutti i domini (morti e doppi) si ottiene in ogni caso una bella somma.

Purtroppo, anche la “nuova creatura” del ministro Franceschini non inverte la tendenza, cioè quella di aggiungere confusione a quella che c’è già.

Possibile che nessuno si sia domandato se si poteva utilizzare per i medesimi scopi un sito esistente? Mi riferisco a italia.it costato (ormai 8 anni fa!) la bella cifra di 45 milioni di euro. Ma forse questa è un’altra storia.

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