La scuola che non va

Faraone, al secolo Davide, è sottosegretario del Ministero dell’Istruzione, dell’Università e della Ricerca. Insomma, uno che dovrebbe avere a cuore la scuola, soprattutto quella pubblica.

Dopo la dirompente puntata di PresaDiretta dal titolo “La nostra scuola”, il vice ministro in questione ha fatto capire senza tanti giri di parole quale sia la sua idea di istruzione (pubblica, forse):

Se la Microsoft mi propone un progetto da 20 milioni di euro di formazione all’informatica, che devo fare? Se la Unipol è disposta a dare 10 milioni per l’edilizia scolastica, devo dire di no?

Due concezioni traballanti che vengono sostenute da una tesi ancora più improbabile:

La scuola pubblica non ha paura di confrontarsi con il privato.

Ora, il tema non è la paura, anzi il confronto è sempre motivo di crescita, a me pare piuttosto che il ragionamento vada spostato sulla scuola in quanto bene comune. Questo mecenatismo molto interessato ha reso tutti (sottosegretario in primis) così miopi da non vedere che è in atto una compravendita del sapere? C’è forse ancora qualcuno disposto a credere che queste “generose” elargizioni non abbiano una contropartita?

Una scuola finanziata da grandi o piccole corporation si adagia sul mercato, rinunciando al suo ruolo plurale e libero. Non viene il sospetto che la “formazione all’informatica” finanziata da Microsoft si trasformi nei fatti in un corso di addestramento sui software che la stessa società commercializza? L’informatica (termine spesso usato a sproposito) non è imparare a fare il copia-incolla di un documento in formato Microsoft Word, ma la curiosità che spinge a capire come si può creare e smontare un algoritmo.

Quando la scuola pubblica si “vende”, le logiche non possono che essere quelle del marketing. Di conseguenza, il “compratore” non avrà alcun interesse a “sostenere” gli istituti davvero bisognosi, ma solo quelli funzionali al proprio profitto e alla propria reputazione: qualità e quantità degli studenti, posizionamento geografico, effetto mediatico.

Anche la “trasparenza” di un progetto come Protocolli in Rete non risolve il problema. Se c’è davvero tutta questa voglia dei privati a contribuire al miglioramento della scuola pubblica, perché non si istituisce un fondo anonimo in cui fare convergere le donazioni e lasciare alla governance scolastica la distribuzione delle risorse secondo criteri di equità e di reale bisogno dei singoli plessi?

Mi rendo conto della china che sto imboccando e di come vengano sbrigativamente tacciate per “ideologiche” tali posizioni, ma forse non è tempo perso riflettere su questo secolo che è trascorso dalla scuola pre-industriale fino ai giorni nostri. In mezzo ci sono la Costituzione e i nuovi valori del volontariato e dell’associazionismo. Forse, il sottosegretario Faraone farebbe bene a darci un’occhiata.

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *