Sei quello che ti piace

Tastiera con il tasto mi piace

Secondo le stime più recenti, mediamente gli italiani trascorrono ogni giorno 4 ore e 42 minuti su internet, un tempo per più della metà speso sui social media (2 ore e 29 minuti). A parte la curiosità di sapere come impiegavano (e impiegavamo) questo tempo prima dell’avvento del web (per quanto mi riguarda, posso dire che leggevo di più), si può senz’altro affermare che il nostro computer ci conosca meglio di qualunque altro. O quasi.

È quanto devono avere pensato i ricercatori delle università di Cambridge e Stanford i quali, analizzando 86.000 profili Facebook, sono giunti alla conclusione che attraverso i “mi piace” disseminati a destra e a manca sia possibile risalire alla personalità di ciascuno.

Le risultanze dello studio, pubblicato sulla rivista dell’Accademia americana delle scienze (Pnas), hanno dello stupefacente. Dieci “mi piace” sono sufficienti perché Facebook si faccia un’idea della nostra personalità meglio di quella che possono avere sul nostro conto i colleghi di lavoro, con 70 “mi piace” vengono stracciati i vicini di pianerottolo, con 150 “mi piace” a soccombere sono le persone che abbiamo più vicine, vale a dire i nostri familiari. Se può tranquillizzare, occorrono almeno 300 “mi piace” per giocarsela con il partner.

Insomma, la nostra personalità è sempre più sotto la lente d’ingrandimento del mercato. Lo sanno bene gli esperti di marketing e i recruiter (l’88% dei responsabili delle risorse umane sbirciano Facebook per confrontare il curriculum vitae dei candidati) che, con finalità diverse, si avvalgono delle piattaforme sociali per decidere, pianificare, selezionare.

Si capisce quindi che il “mi piace”, sciorinato con la leggerezza di un click, in realtà trasforma in bit pezzi delle nostre opinioni. E come abbiamo appena visto, ricomporre il puzzle della nostra personalità è piuttosto facile.

In via generale, il “mi piace” acquisisce il rango di complimento pubblico, con tutto quello che una simile azione comporta. Di sicuro incrementa l’ego di chi lo fa, ma anche quello di chi lo riceve. Ecco allora scattare la frustrazione per i “mi piace” non pervenuti, specie da quegli “amici” circa i quali non avremmo avuto dubbi sul loro segno di approvazione. Nasce da qui l’invidia per la bacheca degli altri, inondata di “mi piace” sotto ogni foto, da quella del fidanzato/a fino ai quadretti felici delle vacanze, passando per l’immancabile gattino peloso.

Tuttavia, giusto per tarare le nostre attrezzature psicologiche, anche le situazioni che su Facebook ci appaiano in modalità “famigliola del Mulino Bianco” quasi mai sono la carta carbone della realtà. Manca sempre un pezzo della storia e ciò avviene essenzialmente per due motivi.

In primo luogo, siamo portati a pubblicare solo le cose (testi, commenti, immagini) funzionali alla costruzione positiva del nostro personal branding. Poco importa se la sfera d’azione sia vera, verosimile o completamente falsa (i fenomeni di gender swapping sono più comuni di quanto si creda), quello che conta è reggere la finzione.

In seconda battuta, anche fuori dai social media, tendiamo a sovrastimare le capacità degli altri e, allo stesso modo, a svalutare le nostre.

Togliendo di mezzo gli imbarazzanti profili di coppia, cioè i vari “GiulioGiulia”, “MicinoMicina” e “DueCuoriUnaCapanna” (Chi scrive? Chi commenta? Chi mette mi piace?), sul filo dello studio americano azzardo un compendio pseudo-psicologico (molto parziale) dei “forzati” del “mi piace”.

L’amicone

È quello che vuole sempre andare d’accordo con tutti e ai suoi amici (stretti e meno stretti) non fa mai mancare un rassicurante “mi piace” in calce a qualsiasi post, compresi i vari “buongiorno”, “buonanotte”, “non ho voglia di parlare” fino al più criptico “…”.

L’ideologico

Sinistra e destra in questo caso si danno la mano. È il soggetto che senza nemmeno leggere il contenuto del post, timbra un “mi piace” solo perché proviene dalla sua parte politica.

Il nevrotico

Tipico di tutte le forme di comportamento compulsivo, anche in questo personaggio scatta il bisogno di far sapere che è passato dalla vostra bacheca. Potete pubblicare anche un link a un articolo di duecento pagine e state certi che dopo qualche millesimo di secondo incasserete il suo “mi piace”.

Il narcisista

Manco a dirlo, il primo “mi piace” sui suoi post è sempre il suo. Di contro, la sua auto-glorificazione lo porta a negare l’approvazione sui post degli altri.

L’insicuro

È quello che cerca protezione nella massa. Sgancia i suoi “mi piace” solo dove ce n’è già un cospicuo numero. Per lui tutto fa brodo, dalle scie chimiche ai cuochi di Masterchef.

L’intellettuale

In questo caso i “mi piace” sono elargiti con precisione scientifica. Bersagli preferiti: mostre di artisti sconosciuti, immagini monocromatiche, citazioni latine. Il commento con “ci vediamo davanti alla Feltrinelli” è da lui certificato con grande entusiasmo.

Il renziano

Il suo range va da Pasolini allo spread. Riconosce i post da marcare esclusivamente dagli hashtag: #CambiaVerso, #80euro, #allafacciadeigufi.

L’elenco, come da avvertenza iniziale, potrebbe continuare pressoché all’infinito. Va comunque considerato che più le discussioni si allungano, maggiore diventa la polarizzazione. Il fenomeno l’aveva giustamente osservato Mike Godwin ancora ai tempi di Usenet.

Più una discussione va avanti, più è probabile trovarvi un confronto riguardante i nazisti o Adolf Hitler.

Ecco allora che il “mi piace” fa emergere un nuovo profilo, quello del tifoso. Spesso completamente decerebrato.

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Sei quello che ti piace
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Dietro ai "mi piace", che sembrano così innocui, si celano una miriade di notizie sul nostro conto. In una parola, indicano la nostra personalità.
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Sergio Gridelli Blog
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