Un po’ di grafica la fanno tutti

Da quando i computer sono diventati un elettrodomestico a larghissima diffusione, succede sempre più spesso che basta averne uno in casa perché il possessore si auto-conferisca il titolo di grafico, se non addirittura quello di esperto di estetica.

Scaturiscono così variopinti dibattiti sulle raffigurazioni grafiche (dai loghi ai manifesti) dove l’inconfutabile democraticità delle immagini lascia spazio alle più disparate (e sparate) disquisizioni pseudo-accademiche. Insomma, pare proprio che l’acquisto di un computer possa trasformare automaticamente chiunque in un art director che si bulla di sapere come togliere gli occhi rossi con Photoshop (rigorosamente copiato). Sarebbe come dire che se vado in farmacia a comprare un termometro esco che sono un medico.

Lungi da me l’idea che debba esistere una sorta di élite di notabili della grafica, ma perlomeno mi piacerebbe che il “non mi piace”, relativamente a un elaborato grafico, venisse un minimo argomentato da chi, in particolar modo, ti manda poi il logo “in alta risoluzione” dentro un documento di Word. E quando gli fai notare che un’immagine di 12 kB non può essere stampata su uno striscione di 6 metri ti risponde con una mail trasecolata, sostenendo che sul suo computer la vede benissimo.

Al pari delle bestialità che si sentono nei reparti ospedalieri, dalle vene vanitose ai criceti alti, anche nelle agenzie di comunicazione si potrebbero confezionare dei campionari molto ricchi e divertenti. Senza dilungarmi di più, credo che la sintesi dei dialoghi quotidiani con i clienti “super esperti” di colori Pantone e fotoritocco possa venire rappresentata da quella signora che ha chiesto se con il computer (il nuovo dio in terra) si poteva “girare” il marito che nella foto era di spalle.

Non sono infallibile, anzi le cose migliori nascono proprio dal confronto fra punti di vista diversi, trovando ogni giorno molti motivi per migliorarmi che mi fanno riconsiderare, fra l’altro, anche le mie “crollabili” convinzioni.

Per questo, mi piacerebbe partire da qui per portare alla luce il metodo (pur sempre imperfetto e fallace) che conduce alla realizzazione di una qualsiasi comunicazione visivo-testuale.

In principio c’è per l’appunto il bisogno di comunicare. Cioè un fatto, una storia, un’esperienza che si fanno sintesi in un segno, in una parola, in un colore. Un processo di elaborazione concettuale che comincia sulla carta per poi essere raffinato al computer. In qualche modo, mi sento di essere un fautore della “dittatura” della mente che non dovrebbe mai piegarsi alla “facilità” della tecnologia e per questo farsi prendere la mano dal mouse.

Segue poi l’annosa disfida sulla semplificazione. In qualsiasi progetto grafico c’è sempre troppo di tutto, ma nonostante ciò viene sistematicamente chiesto di mettere più colori, di fare il pay off più descrittivo (se nel logo della pasticceria non si scrive che la buonanima del bisnonno era Cavaliere di Vittorio Veneto è universalmente noto che le torte non si vendono), di togliere tutto quello spazio bianco che, si sa, è stato messo lì non per aumentare la leggibilità, ma semplicemente per scarsa volontà a riempirlo, magari con un altro carattere (in questo caso il Comic Sans è sempre quello più gettonato).

Il mezzo è sempre neutro. Anche se il computer e i programmi di grafica offrono possibilità (e agevolazioni) impensabili fino a pochi anni fa, restano pur sempre uno strumento. L’inventiva e la creatività invece sono il risultato dello studio, dell’esperienza, della ricerca. Per essere ancora più espliciti, Giacomo Leopardi non aveva certo bisogno di un pennino d’oro per sublimare sulla carta le sue visioni cosmiche.

Tenere conto, fin da subito, degli utilizzi presenti e futuri dell’elemento grafico. Fare un logo con la fotografia della fattoria dove siamo nati può avere un forte significato affettivo, ma le emozioni si frantumeranno nel momento in cui lo dovremo applicare sull’insegna in ottone del nostro ufficio.

Consapevolezza del contesto. Quella clip art con il maialino che va in bicicletta (scaricata da internet) ci piace a tal punto che la metteremmo anche nel caffellatte, ma bisogna farsi la ragione che è ben poco “istituzionale” se inserita dentro il logo della nostra filiale di assicurazioni.

È tutta questione di equilibrio. I testi, le immagini e i colori non vengono buttati lì a caso o scelti a sorteggio, sono spesso il risultato di uno studio che tiene conto di molti fattori, non ultimi gli stili e le mode, la ricerca storica dei significati, l’univocità dell’identità.

Detto questo, c’è una conclusione? No, forse, dipende. Non sempre faccio delle “opere d’arte”, come dice qualcuno ci sono dei lavori di comunicazione che servono solo (o anche) per pagare le bollette, ma di sicuro in ogni occasione cerco di mettere in pratica tutto quello che ho imparato dai miei (tanti) errori e dai lavori dei più bravi. Però, vi prego, lasciatemi il diritto di liberare un vaffa consolatorio quando sento dire che “il testo va bene, ma bisogna cambiarlo”, “l’arancione non mi piace”, “mia moglie mi ha detto che il viola porta sfiga”.

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