Tre parole per il nuovo anno

È il primo giorno del 2015 e come da tradizione ci piace illuderci “che tra anno e anno ci sia una soluzione di continuità e che incominci una novella istoria”. Lo diceva quasi un secolo fa Antonio Gramsci. In realtà, rispetto a ieri nulla è cambiato. I denominatori di queste prime ore dell’anno nuovo continuano a essere quelli del 2014, ovvero l’instabilità, l’impossibilità di progettare il futuro, la crisi dei valori con tutto il loro seguito di derive mutevoli e stranianti.

Un tempo liquido, per l’appunto, e a maggior ragione privo di confini. Se in qualche modo avevamo metabolizzato la cosiddetta società post-moderna, spogliata delle narrazioni (anche ideali) del Novecento, ora diventano evanescenti pure le coordinate più “arcaiche”, quelle spazio-temporali. Gli elementi fisici (la casa, il quartiere, la città) e le costanti cronologiche (i ritmi di lavoro, di scuola, di svago) non sono più riferimenti rassicuranti come invece lo erano un tempo.

Quando alla relazione diretta faccia-a-faccia si preferisce il “te lo scrivo su Facebook”, succede qualcosa che trascende lo stesso medium internet. Il corpo fisico lascia il posto alla sua virtualizzazione e lo spazio, anche quello di tutti i giorni, diventa un luogo de-territorializzato e svuotato di quasi tutte le possibilità per costruire un senso.

Istantaneità, eccesso, immortalità. Anche nel 2015 ci porteremo dietro queste tre parole. Una sorta di marchio di fabbrica di questo nostro eterno “tempo presente”. Un tempo spogliato della storia e, per estensione, dell’esperienza, ma anche insofferente per l’attesa, la pianificazione, la riflessione. Un tempo costantemente vissuto dentro la giostra del “qui e ora”.

Istantaneità. È la derivata immediata della velocità con cui consumiamo le relazioni digitali. È la ricerca perpetua di qualcosa di nuovo che, inevitabilmente, finisce sempre per lasciare a livello di assaggio i sensi e i valori più autentici delle cose. Basta considerare i tempi (bassissimi) di permanenza media su qualsiasi pagina web per confermare questa tendenza. E, più in generale, il rapido sopraggiungere della “stanchezza” per ogni tipo di interazione, non fa che confermare la superficialità di queste traiettorie. La faccenda non riguarda solo i bit, il riverbero è così forte da accecare anche le visioni più propriamente analogiche.

Da qui alla sovrabbondanza di contenuti e di possibilità interattive il passo è davvero molto breve. Per secoli, lo spazio e il tempo, oltre a condividere gli stessi paradigmi, avevano fissato sull’epidermide del corpo umano il limite del dialogo. Prima della scrittura, ma ancora di più con l’avvento della stampa, l’universo della comunicazione e dell’azione coincidevano con la biologia. Era cioè necessario l’incontro fisico (vale a dire nello stesso spazio) per poter rendere efficace lo scambio delle idee. I media elettronici, e in misura maggiore quelli digitali, hanno dato vita, dopo “l’invenzione” del linguaggio, a una sorta di nuova estroflessione cognitiva. Il corpo non viene più avvertito come confine, ma piuttosto è suscettibile di disseminarsi in rete, assumendo contemporaneamente una miriade di connotazioni e di identità.

L’abbondanza (eccesso?) di piattaforme sociali digitali lascia presagire un bisogno di presenza nel presente più che la necessità di un reale confronto con i propri simili. L’attrazione per tutto ciò che è nuovo, istantaneo nella sua apparizione, luccica e abbaglia. Molti stimoli simultanei, e la pretesa di agguantarne il più grande numero possibile, finiscono per eludere la stessa selezione delle informazioni. Così, quasi meccanicamente, scarichiamo di tutto con il proposito di leggere, vedere o ascoltare quei contenuti quando avremo più tempo, ma sappiamo benissimo (prima ancora che la barra del download giunga al termine) che non lo faremo mai. L’accumulo si confonde con la conoscenza.

Per altro verso, c’è il desiderio di essere “unici” (quale strada migliore per l’omologazione?) e di rappresentarci su più piani, cercando di nascondere, in verità, un tentativo di eternità. Ma mentre Foscolo coglieva nella poesia il disegno dell’immortalità, vale a dire la sconfitta del tempo relativo alla propria finita esistenza con il ricordo che sopravvive in chi resta, oggi sembra più essere l’affannosa ricerca del “superamento del limite” (la tecnica surroga l’incompiutezza della natura e la ibridizza con l’artificiale) il presupposto per allontanarsi (o fuggire) dal proprio futuro. Quasi a negarlo attraverso la sua esclusione. Ancora una volta è un problema di velocità e di tempo. Tutto e subito, in un movimento perpetuo.

L’istantaneità, l’eccesso e l’immortalità diventano così la pozione magica per immaginarsi immuni anche rispetto agli stessi cicli cosmici. Avere cinquemila amici su Facebook e non dare nemmeno il buongiorno al proprio vicino di casa, significa staccarsi dalla propria natura, nell’illusione che ci sia altro rispetto all’ineluttabile destino che invece ci attende.

È la tua ultima occasione, se rinunci non ne avrai altre. Pillola azzurra, fine della storia: domani ti sveglierai in camera tua, e crederai a quello che vorrai. Pillola rossa, resti nel paese delle meraviglie, e vedrai quant’è profonda la tana del bianconiglio. Ti sto offrendo solo la verità, ricordalo. Niente di più.

Anche nel 2015 non ci apparirà Morpheus con le sue opportunità, ma un buon punto di partenza potrebbe essere se qualcuno o qualcosa (Scuola? Fede? Ideologia?) aprisse un dialogo sulla vita intesa come compito, e non alla stregua di un “semplice” frammento di una matrice tecnologica che avvertiamo (e viviamo) sempre più nella sua forma autonoma.

Recuperare la narrazione della Storia, quella con la esse maiuscola, dire le cose importanti guardandosi negli occhi e non nel display dello smartphone, insegnare che la vecchiaia non la si sceglie e pertanto non ci è estranea, sono solo alcuni sentieri che potrebbero fare dell’Homo info-technologicus, nativo o no, anche un uomo. In fondo, è solo questione di parole.

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