La crisi che è in noi

I giorni delle feste, fra le altre cose, hanno anche il pregio di farci staccare per un po’ dalle faccende di tutti i giorni. Una sorta di anestetizzante per “non vedere” quello che succede intorno a noi. Pur tuttavia, complici le tante ore trascorse in compagnia di parenti e amici e la concatenazione delle discussioni, appare del tutto inevitabile rimanere refrattari rispetto alle preoccupazioni per il lavoro, all’economia che non riparte, alla recessione divenuta (ormai) strutturale in tutti i settori.

Così, mettendo insieme tutte le valutazioni e le “ricette” di ciascuno, mi sono fatto l’idea che questa crisi profonda, dalle istituzioni politiche affrontata esclusivamente nella sua natura economica, nasconda invece una perdita di valore (non nell’accezione monetaria) e uno smarrimento di carattere culturale (inteso anche nella sua cifra morale).

L’unico modo per uscire dalla crisi, ci dicono i politici e gli economisti, è crescere e consumare. In sostanza, si tratta della medesima reiterata strategia da quando la rivoluzione industriale ha imposto il paradigma del bisogno delle merci al di là della “normale” necessità. Una sorta di vecchio ordine, governato dalla (il)logica novità del treperdue.

Così, in questa situazione, per molti aspetti post-democratica, l’imperativo è diventato la crescita e chi non si adegua viene irrimediabilmente collocato ai margini del cosiddetto sviluppo. Un vortice in cui le quantità economiche sovrastano le qualità politiche.

E pensare che i risultati di questo trend sono sotto gli occhi di tutti. Crescono (e si accumulano) i beni materiali e si “svendono” i diritti, compresi quelli più intimamente umani. Mi riferisco al lavoro, alla privatizzazione dei beni comuni, alla mercificazione del sapere, alle disparità relazionali indotte dal digital divide. Insomma, mentre si ingozzano di soldi freschi le banche, crescono le disuguaglianze e la povertà.

“Il mondo cade a pezzi” e i “nuovi spazi” non possono oggettivamente essere più quelli in cui è avvenuto il disastro. Con poche differenze di ambito, abbiamo assistito (pressoché immobili) alla crescente strategia basata sulla presunta (e falsa) indivisibilità tra la merce (il supporto) e l’idea (il sapere), finendo così per attribuire alla conoscenza lo stesso statuto tipico della materia. Di pari passo, lo spazio e il tempo sono diventati, per così dire, compagni di scaffale. Tutto si può commercializzare e personalizzare: “Non hai tempo per lo shopping? Niente paura il megastore è aperto tutti i giorni H24!”, “Problemi di parcheggio? Acquista online, basta un click!”.

Ma c’è dell’altro. Il nuovo iperconsumatore lo si vuole apposta individualista (“Compralo subito, è fatto su misura per te!”) perché è l’unico modo che ancora è rimasto ai poteri dell’economia per consacrare definitivamente la transizione da “merce-denaro-merce” a “denaro-merce-denaro”. In passato i consumi ponevano al centro il nucleo comunitario della famiglia e ciò consentiva di conservare una forte propensione alla condivisione degli spazi e delle merci.

Col tempo le relazioni domestiche si sono come de-sincronizzate, il lavoro “flessibile” ha fatto sì che i tempi del pranzo e della cena perdessero la loro funzione coesiva (ognuno mangia in solitudine, in relazione ai propri obbligati ritmi di vita) e i rari momenti di co-abitazione, oggi si traducono nel consumo individuale dei propri spazi e dei propri oggetti (la TV viene sostituita dal tablet personale, fruito da soli nella propria stanzetta).

Vista così, appare del tutto “naturale” la difficoltà a farsi comprendere quando invece si tenta di proporre un modello in cui prevalgano la condivisione, la differenza fra spirito e materia, la “scoperta” che non tutti i beni sono merci e per questo prezzabili.

Non so se il termine giusto sia meta-economia, ma credo che si possa verosimilmente sperare di uscire dalla crisi solo attraverso l’umanizzazione dei rapporti fra le persone e la rivalutazione di relazioni basate sulla ricchezza dell’essere e, quindi, fondate su una nuova “moneta di scambio qualitativa” come la condivisione del sapere. In breve, il primato dell’essere sull’avere.

L’accumulazione di denaro e la sua trasformazione in merce (attribuendogli di fatto un valore d’uso) sono contrarie a quel “vivere bene” che già Aristotele poneva come presupposto ineluttabile per il buon funzionamento della polis. Va da sé che la misurazione del benessere in maniera quantitativa e relativamente alla proprietà di merci più o meno costose, appare solo funzionale a dimostrare che si deve comprare e consumare sempre di più, anche oltre il proprio reale bisogno. Le “legge” è sempre la stessa: io sono perché ho.

C’è all’opposto il bisogno di ristabilire il concetto, forse anche etico, che mentre l’economia delle merci fa perno sulla scarsità delle risorse (se l’oro fosse presente in natura come l’aria, non sarebbe oggetto di scambio mercantile), il sapere, una volta liberato, si diffonde all’infinito.

La nuova ricchezza e il nostro benessere passano da qui. All’opposto, il senso capovolto delle parole (proprietà intellettuale, pirateria, guerra preventiva) servono solo a dare la cipria a un sistema economico defunto che cerca di costruire un “nuovo sviluppo” sulle (e con le) macerie dei propri drammatici fallimenti.

2 thoughts on “La crisi che è in noi

  1. Davvero illuminante ,con riferimenti al tuo talk “la Libertà NON ha prezzo” che più passa il tempo, più diventa contemporaneo e tangibile. Sei un visionario, e questo mette in discussione anche un paio delle mie idee …….. ma ti leggerò sempre MOLTO volentieri.

    • Grazie mille!
      Sono sempre i visionari e più spesso gli eretici a cambiare il mondo. Io non aspiro a tanto, mi limito a suscitare scambi di opinioni. Una condivisione di punti di vista tanto più proficua quanto più ricca è la diversità di idee che l’ha generata.

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *