La scuola che non c’è

Il mondo è cambiato. L’economia degli atomi non è più esclusiva, anzi i processi immateriali hanno reso già visibili cambiamenti profondi anche nelle nostre vite. Nuovi lavori (le occasioni sviluppate dalla rete), nuovi comportamenti (la ragnatela delle connessioni non-stop), nuovi linguaggi (le espressioni mediate dalla tecnologia) indicano la necessità di pensare anche a nuovi paradigmi educativi.

Nonostante queste trasformazioni abbiano cambiato le nostre modalità di interazione con il mondo, la scuola sembra non aver metabolizzato alcun significativo adattamento.

Faccio un passo indietro e punto le lancette della storia a quando l’istruzione non era ancora stata nazionalizzata.

Cosa succedeva all’incirca un secolo e mezzo fa?
La principale forza lavoro dell’industria era rappresentata dai bambini che i cosiddetti “padroni” (che esistono ancora oggi), in nome del “sacro” profitto, li preferivano agli adulti. I minori costavano poco, raramente si organizzavano e ancora più difficilmente scioperavano.

Si sa, il denaro non si fa scrupoli di sorta, e quando agli inizi del novecento il sistema scolastico ha cominciato il suo cammino verso l’obbligatorietà, l’industria ha dato il proprio assenso solo a patto che dai banchi venissero sfornati stuoli di nuovi operai obbedienti e produttivi. Nasce in quegli anni un sistema di “insegnamento” improntato sul divieto di mettere in discussione l’ordinamento costituito. In sostanza, un inquadramento funzionale alla catena di montaggio.

Sia chiaro, non è mia intenzione demolire i palinsesti scolastici, ma se il “contenitore ufficiale”, nel nome di una presunta e assoluta verità, esclude peculiarità come la creatività, l’autodeterminazione, il senso del dubbio, la scuola finisce per assomigliare più al Metropolis di Fritz Lang che alla costruzione di personalità forti e indipendenti.

Quando poi sento dire che a scuola è indispensabile (!?) adottare gli stessi software proprietari in dotazione nelle aziende, perché così facendo gli studenti sono già “addestrati” ad usarli, mi scende un brivido freddo lunga la schiena e penso che questi 150 anni siano davvero trascorsi invano. Cioè, la scuola continua a diplomare (se non addirittura a laureare) studenti cui è stato detto cosa imparare direttamente dall’industria o, se si preferisce, da quel marchingegno di controllo delle scelte e delle coscienze che è il capitale. Qui dentro, nell’assoluta abulia di troppi insegnanti in modalità cerebrale spenta, va inserita anche la cosiddetta patente europea del computer (ECDL), spacciata alla stregua di un lasciapassare per il mondo del lavoro. In realtà è solo il prodotto di una scuola pensata più ad ammaestrare che a far scattare la scintilla della curiosità per il sapere.

Qualcuno, lo sento già, obietterà che “è il mercato, bellezza!”. Sarà, ma la sconquassata congiuntura economica attuale sta anche a dimostrare che una forza lavoro cui si insegna a fare solo quella cosa (e poco altro) è molto prevedibile nelle sue traiettorie e facilmente intercambiabile con qualcun altro che costa meno, in una qualsiasi altra parte del mondo. E magari anche più docile, dato che ha già scambiato da un pezzo i suoi diritti pur di sopravvivere.

Ma, allora, come dovrebbe cambiare la scuola?
Innanzitutto, dovrebbe prendere coscienza del fatto che con la rivoluzione digitale oggi convivono due tipi di lavori: quelli che si possono fare ovunque (progettare una nave o fornire customer assistance telefonica) e quelli che si possono fare solo in un determinato luogo (potare degli alberi o gestire un ristorante). Purtroppo, il nostro sistema scolastico “addestra” quasi esclusivamente per quest’ultima opzione occupazionale. Basti dire che nelle scuole italiane c’è un computer ogni 12 studenti (ipotesi ottimistica), per non parlare della connessione a internet che, anche laddove esiste, non è quasi mai considerata uno strumento fondamentale per interpretare i cambiamenti del mondo.

C’è poi la mancanza assoluta di una base culturale omogenea. Se studiare in una scuola attrezzata è ben diverso rispetto all’insegnamento impartito in aule in cui ci piove dentro, appare anche ovvio che, a parità di titolo di studio, la cassetta degli attrezzi intellettuali fornita in dotazione ai singoli studenti sarà quanto di più diverso si possa immaginare. Si creano così, anche nella scuola pubblica, istituti di serie A e di serie B.

Il nozionismo è un altro dei nemici atavici della scuola italiana. Se imparare (dalla matematica alla storia) diventa unicamente la parte inscindibile del binomio con la (temuta) verifica, non si esce dal fallimento. Se non si insegna il gusto dell’apprendimento, la bellezza di leggere un libro per il piacere di farlo, lo spirito di ogni scoperta come il traguardo di un “perché?”, la condivisione delle esperienze quale antidoto all’isolamento e all’introversione, la conquista del sapere come il raggiungimento di un arricchimento personale e non di un voto, ebbene, se non succederà tutto questo, il sistema scolastico non sarà mai quel lievito necessario affinché l’apprendimento di ciascun individuo possa continuare anche una volta lontano dai banchi.

Nella scuola pubblica, insegnare ad usare Microsoft Excel e non un foglio di calcolo, insegnare ad usare Microsoft Word e non un editor di testo, insegnare ad usare Autocad e non un CAD, significa fare un cattivo servizio alle generazioni di domani e un grosso favore al consumismo. Anche qui, non mi si venga a dire che le certificazioni dell’ECDL si possono fare anche con il software libero. Il problema non è “cosa uso” con le relative sequenze di click, ma ancora una volta il versante dovrebbe essere quello di suscitare e scatenare l’entusiasmo per la conoscenza. Evidentemente, tutto questo è lontano anni luce dalla banalizzazione della cosiddetta “informatica” in una noiosa e inutile poesiola fatta di Control-C e Control-V.

Sto sognando una rivoluzione impossibile? Come tutti i sogni, anche la spinta al cambiamento richiede molte energie per costruirla e, allo stesso tempo, basta pochissimo perché si infranga nell’indifferenza del “si è fatto sempre così”. C’è solo un modo per tenere vivo il sogno di una scuola diversa che sia soprattutto il seme delle uniche relazioni sociali che contano, quelle basate sul rispetto, sulla solidarietà, sulla condivisione. Questo modo si chiama indignazione.

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