Passate le elezioni, passata la smart city?

Nei recenti dibattiti elettorali è entrato prepotentemente il tema della smart city. A distanza di un po’ di tempo, e senza aver visto ancora qualcosa di concreto, ho come la sensazione che l’argomento sia stato buttato lì più per dimostrare di essere moderni, piuttosto che per rappresentare una reale consapevolezza di cosa voglia davvero significare ri-pensare una città in questa prospettiva.

Che le “azioni” per la smartness urbana siano ancora prevalentemente di carattere teorico, se non addirittura propagandistico, sono del tutto evidenti nei risultati. Un quadro a tinte fosche che va dai wifi pubblici ancora incentrati sugli anacronistici (e inutili) controlli anti-terrorismo allo stato pietoso (non solo per quanto riguarda la presenza o no di internet) in cui versano le scuole di ogni ordine e grado.

In Italia è più difficile che in altri paesi trasformarsi di botto in una città intelligente dal momento che le condizioni strutturali segnalano una disoccupazione giovanile al di sopra del 40%, con punte da autentico sfascio sociale in molte aree del paese, e dove la ricchezza si concentra nelle mani del 10% delle famiglie.

Tuttavia, partendo dall’impianto concettuale delle smart cities sarebbe possibile trovare quelle risposte che le vecchie politiche non sono riuscite o non hanno voluto garantire anche perché, più frequentemente, indaffarate a ingrossare i portafogli dell’affarismo e del clientelismo.

In sostanza, la smart city non è (solo) un problema di cablaggi e di biciclette, è più verosimilmente un processo che fa i conti con la coesione sociale e il capitale umano, che recupera la fiducia nelle rappresentanze politiche oltre le finzioni delle campagne elettorali, che mette all’ordine del giorno la trasparenza e l’accesso ai dati pubblici senza nascondersi dietro la foglia di fico “dell’interesse giuridicamente rilevante”. Qui dentro, e non in senso contrario, stanno gli interventi strutturali della banda larga e della digitalizzazione in senso lato (che tutti i corollari dell’Agenda 21 si ostinano ancora a inquadrare come una finalità e non nella loro qualità di mezzo per la civilizzazione di un paese), la visione green e open della mobilità cittadina, il ruolo delle scuole oltre la cosiddetta aula informatica (un antico retaggio per cui con un computer, o dieci, siamo convinti di aver fatto l’educazione 2.0) e come spazio condiviso con le istanze cittadine (le scuole sono già adesso, strutturalmente e ideologicamente, la “Casa delle Associazioni”).

Per dirla in maniera molto pragmatica, le smart cities hanno senso e si possono realizzare fattivamente solo se vengono “ragionate” in termini di smart communities. Se il fine diventano le persone e non la fibra ottica, è del tutto naturale che anche le infrastrutture possano poi assumere, da par loro, i connotati di interventi per promuovere e fondare i “nuovi” diritti di cittadinanza. Diritti che peraltro la nostra Carta Costituzionale già individua con una chiarezza inequivocabile laddove obbliga lo Stato a “rimuovere gli ostacoli di ordine economico e sociale, che, limitando di fatto la libertà e l’eguaglianza dei cittadini, impediscono il pieno sviluppo della persona umana e l’effettiva partecipazione di tutti i lavoratori all’organizzazione politica, economica e sociale del Paese.” (Costituzione della Repubblica Italiana, Art. 3).

Il potenziale rivoluzionario delle smart commuities è l’intelligenza collettiva, ovvero la capacità di una città di mettere in condivisione le idee, le strategie, le sensibilità, collocandosi in posizione equidistante dalle cognizioni individuali, da un capo, e dal conformismo del pensiero di gruppo dall’altro.

È una sfida. Come in tutte le sfide i vantaggi e i cambiamenti che seguiranno non sono quasi mai inizialmente definiti in maniera netta. Per questo motivo è necessario dotarsi di bussole cognitive per quanto possibile affidabilli. A questo proposito suggerirei i presupposti che Italo Calvino aveva magistralmente estrapolato dal rumore di fondo della rappresentazione contemporanea in cui si rincorrono, oggi come allora, eccesso di apparenza e scarsità di contenuti. Le Lezioni Americane, scritte quando l’information Technology era di là da venire, sono ancora adesso dei capisaldi che ci permettono di comprendere il verso del nostro viaggio e, nello specifico, il senso delle nostre azioni, allorquando il nostro obiettivo è quello di mettere in gioco trasformazioni che riguarderanno anche le generazioni future.

Non solo perché Calvino la colloca all’inizio e, quindi, gerarchicamente come la più importante, ma credo che la Leggerezza rappresenti la chiave di volta per rendere fattive anche le smart cities. Per dirla con lo scrittore, alla base di tutto c’è la “sottrazione di peso”, cercando di volta in volta di “togliere peso ora alle figure umane, ora ai corpi celesti, ora alle città”.

Esiste, è vero, una dualità fra leggerezza e peso cui non si può fuggire. Tuttavia, “il software non potrebbe esercitare i poteri della sua leggerezza se non mediante la pesantezza del hardware; ma è il software che comanda, che agisce sul mondo esterno e sulle macchine, le quali esistono solo in funzione del software (…)”.

Quindi, adottare comportamenti leggeri non significa peccare di sottovalutazione o superficialità. Al contrario, siccome è più facile spostare delle idee che non dei mattoni, immaginare la città che verrà è già possibile oggi. Dopodiché Il “peso” dei piani urbanistici e tecnologici sarà solo una conseguenza plastica di questo pensiero condiviso. Il tutto senza prendersi eccessivamente sul serio, perché come ci ricorda Tonino Guerra “L’aria l’e cla roba lizira cla sta datonda la tu testa e la dventa piò céra quand che t’roid.” (L’aria è quella cosa leggera che sta intorno alla tua testa e diventa più chiara quando ridi.).

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