Attorno al concetto di gratis dei social media

Una domanda che spesso sentiamo fare e che altrettanto soventemente rivolgiamo anche a noi stessi è come fanno a guadagnare (e tanto) i colossi di internet, da Google ai socialcosi. Come tutti sanno, il web 2.0 è bello e ci trasforma in protagonisti, ma soprattutto è gratis.

Cerchiamo, copia-incolliamo, ci selfiamo, pubblichiamo tutto quello che vogliamo senza che nessuno ci chieda un centesimo. Eppure, i server costano, software e hardware vanno gestiti e mantenuti, Google (per dirne una) ha quasi cinquantamila dipendenti. Ci siamo mai chiesti chi paga tutto questo?

Ormai, dopo le polemiche sulla “disinvoltura” con cui Facebook gestiva/gestisce le nostre informazioni è apparso chiaro che i Big di internet li paghiamo noi con una moneta di grandissimo valore: le nostre impronte digitali. Vale a dire le traiettorie delle nostre ricerche online, i vari likes su quell’evento o su quel prodotto, le informazioni su cosa abbiamo fatto o ci piacerebbe fare. Insomma, quando un prodotto è gratis il prodotto siamo noi.

I dati che diamo in pasto alla rete, inconsapevolmente o, più spesso, in piena coscienza, giorno dopo giorno vanno a ingrossare il nostro dossier digitale che verrà poi distillato accuratamente dal marketing per proporci il prodotto giusto, ritagliato esattamente sui nostri gusti.

Il bello (per dirla con un eufemismo) è che appena inseriamo i nostri contenuti in rete perdiamo immediatamente il loro controllo senza, peraltro, nemmeno sapere che fine faranno e dove andranno. Una fenomenologia che ricorda abbastanza da vicino l’avversità di Platone rispetto alla scrittura e al libro che, una volta distribuito, non si sa in che mani possa finire e, fatto ancora più grave, non ci può essere nei paraggi l’autore pronto a difenderlo.

Che il business non guardi in faccia alla trasparenza e alla verità è cosa nota anche fuori dal web, ma cosa succede quando il “prodotto” da massimizzare sono le informazioni che viaggiano nella ragnatela di internet? Sono democratici gli algoritmi di ricerca che “decidono” cosa possiamo vedere e cosa no? Si può parlare di sistema aperto e orizzontale, quindi senza gerarchie, nel momento in cui il codice (segreto) di un software assegna il rank delle pagine, e quindi la loro “veridicità”, in base a quanti link puntano a quella stessa pagina? E ancora, come in quest’ultimo caso, la qualità di un’informazione è sempre una funzione della quantità?

Al pari della neutralità del mezzo in quanto tale, riveste particolare importanza anche la “tecnocrazia” che per diverse ragioni è detenuta da pochi. Più informazione uguale a maggiore libertà è un’equazione che vacilla se “c’è qualcuno” che con i suoi algoritmi decide e vincola le nostre possibilità di comunicazione.

C’è la questione della censura e degli accordi più o meno torbidi che lo stesso BigG di tanto in tanto sottoscrive con i vari governi dittatoriali in giro per il mondo, ma di pari passo è pure presente il tema dell’accesso alle informazioni che colloca la posta in gioco ben più in alto. Nel tempo si è confuso il concetto di trasparenza con quello di libertà, provocando uno stordimento che non salva nemmeno la vita, per così dire, offline.

Quante volte abbiamo sentito dire “io non ho niente da nascondere, che mi controllino pure”? Proprio qui sta la supremazia del marketing e, per certi versi, la sua stessa vittoria sulle nostre vite. Anche in questi tempi, così profondamente segnati dal digitale, ci farebbe piacere se un perfetto sconosciuto (cosa sappiamo realmente di Sergey Brin, Larry Page o Mark Zuckerberg?) entrasse in casa nostra e, a nostra insaputa, si mettesse a frugare nei nostri cassetti? Certo, non abbiamo (forse) niente da nascondere, ma in quei cassetti ci sono le nostre cose più intime e riservate, in qualche modo lì dentro c’è la nostra privacy e, penso, non farebbe piacere a nessuno vedere sbandierati in piazza i propri effetti personali.

In fondo i famosi Big Data (purtroppo) non sono altro che l’isola del tesoro in cui solo pochi tecnocrati conoscono il punto esatto della X e dove, da almeno una decina anni, i medesimi scavano incessantemente. Nel forziere ci sono le nostre frequentazioni in rete, tracce di vita che lasciamo quotidianamente in maniera inconsapevole o, senza che cambi il concetto, con eccitante entusiasmo.

Succede che, rovesciando il paradigma classico della pubblicità, le piattaforme digitali gratuite sono in grado di produrre e orientare i bisogni, anziché limitarsi a suscitarli. Dalla richiesta del numero di cellulare (ovvio, te lo chiedo solo per la tua sicurezza!) alle indicazioni sulla scuola, sul lavoro, sugli hobby per farti trovare “i tuoi amici che non vedevi da tempo” è un susseguirsi di tecniche di eLearning funzionali alla profilazione in chiave economica dei naviganti-consumatori.

Il grande inganno sta nel fare credere che ciascuno continui a conservare la propria individualità (e forse anche la propria identità) dentro una melassa elettronica che invece si vuole fare diventare sempre più omogenea. Una massa che, parafrasando i canoni tipici definiti da Elias Canetti, trova rassicuranti e “protettive” le stesse interfacce, gli stessi riti del “mi piace”, la medesima sublimazione della soggettività in oggettività.

Ribaltare il tavolo sul quale la rete distribuisce le carte del dio-profitto digitale è quantomeno velleitario e forse anche ipocritamente ideologico, possiamo però cominciare a riflettere eticamente e, perché no, anche esteticamente su come “stiamo dentro e fuori” dal sistema. Porsi delle domande, con una tastiera o faccia-a-faccia, è sempre il primo passo per capire un po’ meglio sé stessi e gli altri.

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