Le parole non sono più quelle di una volta

Sempre più spesso sentiamo (e usiamo) parole fuori luogo e, comunque, per niente aderenti alla realtà dei fatti. Silenziosamente, nei nostri vocabolari individuali sono entrate costruzioni lessicali senza senso che, di contro, non destano più alcuna meraviglia.

Mi riferiscono a dei “classici” del capovolgimento di significato come “guerra preventiva”, “pirateria informatica”, “proprietà intellettuale”, per finire con la sovrapposizione e l’uguaglianza fra “hardware” e “software”.

Quest’ultima forzosa similitudine rappresenta un esempio emblematico, non solo per i risvolti che ha nell’ambito del cosiddetto marketing informatico (per il mercato e, di fatto, per la grande massa dei consumatori il computer è sinonimo di Windows), ma soprattutto perché diluisce fino alla totale omogeneizzazione la distinzione fra la materia e lo spirito, fra il corpo e l’anima, fra l’avere e l’essere.

Definire con un indice, cioè con un numero, il nostro grado di benessere (il bene essere è quanto di più lontano dall’avere) non solo è un esercizio fantasioso, è di fatto un tentativo estremamente pericoloso di sostituzione della realtà con il suo surrogato più aberrante, vale a dire la sedazione dei perché. Quando si smette di porsi delle domande il pensiero che ne deriva può essere solo di cattiva qualità.

Che il PIL non ci azzecchi un granché con il nostro grado di felicità dovrebbe essere un dato ormai acquisito (se un giorno non si verificasse nemmeno un incidente stradale noi staremmo di sicuro meglio, ma il prodotto interno lordo calerebbe), invece a mio avviso non c’è ancora una completa cognizione degli esiti quando si invoca il fattore crescita come l’unico elemento che ci può fare uscire dalla crisi.

Posto che la crisi è il risultato della medesima ricetta (più consumo, più crescita, meno regole) e quindi non si capisce perché la soluzione debba essere identificata con la causa, l’evidente sovrapproduzione di merci nel mondo occidentale (abbiamo sempre troppo di tutto) è solo il tentativo di controllare le idee con il miraggio di un’individualità che tutto può, ma che nulla è.

Ecco allora che torna la manipolazione o, meglio, “La manomissione delle parole” per dirla con Gianrico Carofiglio. Si parla di “sostenibilità” spacciandola per una sorta di greenwashing che è solo una pellicola normativa fatta apposta per essere aggirata, si garantisce il diritto alla “felicità” invitando a seguire la posologia del Prozac o del Viagra, si fanno diventare “patologiche” delle sintomatologie per il solo fatto di poter esercitare un’altra modalità di dipendenza, quella da farmaci, si invoca maggiore “sicurezza” popolando le città di telecamere, di forze armate ufficiali e “dei cittadini” che dovrebbero “bonificare” (questo è il termine utilizzato) le strade da tutti gli esseri umani che non fanno pendant con il nuovo arredo urbano.

In sostanza, attraverso la supina accettazione (a volte del tutto irrazionale) della trasformazione dei significati delle parole, diventa “naturale” il convincimento che tutto si possa risolvere aumentando i consumi. Tuttavia, per fare in modo che il meccanismo possa reggere a qualsiasi urto con la realtà vera della cose, il potere non si può limitare al mondo analogico, deve giocoforza inventarsi nuovi paradigmi rovesciati anche nella frontiera digitale. Parole come fiducia, onestà ed educazione, progressivamente svuotate di significato e valore, danno il via libera alla caricatura dell’amicizia nei social media.

Chiamiamo “amici” migliaia di contatti, e con la stessa leggerezza clicchiamo su “cancella” quando non ci piacciono più. Nella migliore delle ipotesi anziché di “amici” ci nutriamo di graffi emotivi, spesso solo strumentali a far crescere il nostro “fighettismo” in rete.

La “fatica” di guardarsi negli occhi è altra cosa, così come costa tempo e applicazione chiedersi il perché delle cose (e delle parole). Avverto la necessità di recuperare una sorta di verità lessicale che per certi versi non è distante dalla bellezza della poesia. Penso, senza banalizzare, a una “rivoluzione del vocabolario” in cui le parole ritornano ai significati che hanno sempre avuto e dove chi parla di “bombe intelligenti” è semplicemente un cretino.

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