I social network cablano il cervello?

Dai cinema ai ristoranti, passando per le sale d’attesa e i mezzi di trasporto pubblico, lo scenario non cambia: una costellazione di piccole lampade votive ridisegna l’universo delle (nuove?) relazioni umane. È ormai evidente come la preoccupazione a consultare continuamente i telefonini sovrasti quella per le persone “fisiche” intorno a noi, familiari compresi.

Da qualche generazione tecnologica in qua, gli smartphone hanno messo in secondo piano la funzione originaria per cui era stato inventato il telefono, ovvero telefonare, lasciando il campo ad altre infinite distrazioni. Mail, notifiche dai social network, giochi per tutti i gusti e messaggerie istantanee varie hanno rapidamente trasformato il nostro modo di interagire con la realtà.

Non sono sicuro se questa trasformazione potrà avere una qualche possibilità di reversibilità, ma di certo noto sempre più frequentemente l’imporsi di una sorta di nuovo cablaggio cerebrale. Non solo a scuola, ma anche nelle riunioni di lavoro e nelle situazioni per così dire afferenti al tempo libero, si assiste a un calo verticale dei tempi di attenzione e, parallelamente, aumentano le suscettibilità e le ansie. Ogni cicalino o vibrazione del fedele telefonino fa scattare l’impellente necessità di controllare se per caso il mondo ha bisogno di noi per scongiurare un’imminente catastrofe. Nel dubbio, è sempre meglio verificare. Perché rischiare?

Che il cervello si adatti all’ambiente circostante è ormai un dato assodato, non fosse altro per garantirsi il maggior numero di chances di sopravvivenza, resta da chiarire se la connettività non-stop abbia anche costituito un ulteriore strato dell’ambiente sociale in cui siamo immersi. In ogni caso, è indubitabile la crescita esponenziale della confusione fra informazione e conoscenza. I tempi sempre più rapidi di assimilazione del contenuto e il suo altrettanto istantaneo esaurimento fanno sì che la fuga dalla terribile (e temibile) noia impedisca qualsiasi ulteriore approfondimento. Infiniti contatti e infinite informazioni online hanno degradato anche le abilità più elementari, come quella di sostenere senza “interruzioni digitali” una interazione completamente analogica con un nostro simile.

Affidare unicamente alle conversazioni mediate la maggior parte dei nostri dialoghi esclude una componente fondamentale: il linguaggio del corpo al quale l’evoluzione aveva affidato il compito di verificare la compiutezza dello scambio comunicativo. Il contatto visivo e la gestualità si perdono, così come l’arrossire del viso, lasciando incerto il confine fra un amico e un amico di Facebook. Possiamo asserire con certezza che, stante la pervasività della iper-connectedness, non sia già iniziata una sorta di equiparazione fra un abbraccio reale e uno virtuale? E, se questo è vero, possiamo escludere a priori una trasformazione evolutiva (o involutiva) delle nostre strutture neuronali?

Non sto sputando nel piatto dove mangio (senza internet, social media e smartphone le mie attività professionali si ridurrebbero a poco o nulla), nemmeno voglio mettermi sul piedistallo di quello che ha capito tutto e che non sbircia mai le notifiche nei contesti sociali della vita offline, sono tuttavia interessato a comprendere la cifra della trasformazione in atto.

Il bullismo, anche se ancora non aveva il suffisso cyber davanti, è sempre esistito. Nella nostra scuola ipo-tecnologica non passava giorno che direttamente o indirettamente venissimo a contatto con varie forme di angherie. Nell’era pre-internettiana c’era la possibilità della fuga e, in qualche modo, avevamo la conoscenza esatta dei confini, ora tutto è liquido e senza soluzione di continuità. Ciò determina una pressione continua nel tempo e dilatata infinitamente nello spazio. Una condizione che lascia pochissimi margini alla riflessione su noi stessi e alle modalità più razionali di reazione.

Dopo l’aggiunta della internet addiction all’elenco delle patologie derivate dalla dipendenza da stupefacenti, alcol e gioco d’azzardo (al Policlinico Gemelli di Roma è attivo da cinque anni un apposito day hospital che tratta il disagio psicologico dovuto all’abuso di internet), è un susseguirsi di convegni con relative “ricette”. Si va dalle invocazioni per un ritorno al passato, modello Amish per intenderci, all’assoluta devozione al totem della tecnologia.

Dire che, come al solito, la verità sta nel mezzo può sembrare una banalità. Fa niente, corro il rischio. Nel (e dal) cyberspazio si può imparare molto specie se la nostra guida è la curiosità e teniamo sempre in canna il colpo del “perché”, allo stesso modo, maggiori sono gli stimoli e più ricca potrà essere la nostra vita. Dopo tutto anche solo una passeggiata “disconnessa” di alcuni minuti (per la quale ancora non è dovuto alcun canone) può in un battibaleno arricchire la nostra esperienza con un’altra dimensione. Come dire, parafrasando quella famosa pubblicità, “du is megl che one”.

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