L’album delle fotografie fra la soffitta e le nuvole

Come spesso succede quando si riordinano i cassetti, si trova di tutto fuorché quello che si stava cercando. A me è accaduto l’altra sera, ma devo ammettere che il mancato ritrovamento di un vecchio blocco di appunti è stato foriero di una scoperta molto più interessante.

Frugando a destra e a manca, mi è capitato fra le mani un vecchio album di fotografie di oltre trent’anni fa, una gita scolastica a Firenze. Tralascio il contraccolpo psicologico relativo al rivedersi e la fatica (quasi) a riconoscersi, quindi passo subito agli aspetti che più mi hanno fatto riflettere.

Fra me e quell’album ci sono in mezzo alcune generazioni e, soprattutto, un mondo più piccolo. Rivedere in alcune foto le cabine della SIP fa quasi tenerezza, come del resto suscitano qualche emozione anche le immancabili Instamatic fermate al polso con il laccetto. In una parola, si è materializzata a miei occhi una stagione che non c’è più.

Gli autoscatti, i selfies di allora, non erano ancora di moda. C’erano invece le fotografie di gruppo nelle quali ne mancava sempre uno, quello che scattava la foto. C’erano poi i negativi e la “lunga” attesa per il ritiro delle stampe dal fotografo. La viralità di quegli attimi di eternità era circoscritta alle poche (e costose) ristampe per i compagni più stretti.

Oggi, a distanza di anni luce da allora, il compagno di viaggio è lo smartphone e la componente sociale della foto viene rivelata istantaneamente su alcuni dei social media più in voga, molto più spesso a raffica su tutti.

Circoscrivendo la questione all’uso e consumo della realtà in quanto rappresentazione, mi sembra di scorgere almeno tre “mutazioni” avvenute nell’arco di questi pochi decenni.

Comincio da quella più raccapricciante, almeno per me. Ai miei tempi, i più fortunati o, per meglio dire, coloro le cui famiglie erano maggiormente avanzate tecnologicamente, potevano vantarsi di avere immortalati i momenti in bianco e nero del loro primo compleanno. Per inciso e a margine, alla torta con la candelina veniva riservato una scatto e non centinaia di foto come succede invece oggi in occasioni simili. Adesso si verifica il fenomeno che si è già su Facebook ancora prima di nascere, grazie a trepidanti genitori che pubblicano seduta stante le “interessantissime” ecografie del futuro pargolo. Di questo passo, come è possibile farsi mancare la socializzazione dello shooting in sala parto?

C’è poi la pressoché estinzione degli album con le fotografie di carta. Raramente si stampano le foto fatte con il telefonino e ancora più improbabile è la loro archiviazione in qualche modo sistematica. Quante volte abbiamo sentito dire “se smarrisco il cellulare, perdo tutta la mia vita”? Oppure, ma non cambia il concetto, “mi si è rotto lo smartphone, ma per fortuna avevo messo le foto su Facebook”. Due facce della stessa medaglia, come a rappresentare un nuovo modello di memoria, intangibile e disarticolata. Facciamo vedere le nostre voto a migliaia di “amici”, ma perdiamo il senso della condivisione intima con coloro che intimi con noi lo sono per davvero.

Infine, la santificazione del commento. L’auto-rappresentazione visiva sui social media non è fine a sé stessa. Al netto delle estroversioni individuali, il selfie vanitoso, divertente o rappresentativo di una situazione contingente vuole in ogni caso essere sempre il catalizzatore di una discussione, possibilmente incentrata nei termini esclusivi dell’approvazione. Detto in altro modo, questo “racconto fotografico” assume i contorni e le espressioni tipiche del “qui e ora”, vale a dire un momento che non si fa ricordo, perché subito evaporato dalla velocità della fruizione, continuamente affamata di novità.

“E tutti quei momenti andranno perduti nel tempo come lacrime nella pioggia”. Il replicante di Blade Runner ci aveva già avvertito in tempi, oserei dire, non sospetti. Spetta a noi, invece, continuare a cercare non solo o non tanto una cartella, ma anche un cassetto nel quale ritrovarci.

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