Una Costituzione per Internet, un ricostituente per l’Italia

Tanto tuonò che alla fine piovve. Dunque, pare che anche l’Italia, dopo il Brasile, avrà una sua personalissima Costituzione per Internet. In un paese come il nostro, dove viene sistematicamente disattesa quella nata dalla Resistenza, fa abbastanza sorridere che si sia voluto mettere in piedi un’apposita commissione parlamentare per creare una Carta dei Diritti specifica per la Rete.

Le fonti di stampa riportano che è già disponibile un testo pressoché definitivo sotto forma di resoconti stenografici. Resoconti stenografici? Certo che avere la pretesa di regolamentare Internet e affidare i report dei lavori a metodologie quanto meno arcaiche non fa ben sperare sugli esiti finali (e anche sorridere per la seconda volta).

Come si dice, non fasciamoci la testa prima che ce la rompano gli altri, ma una perplessità resta. Anche se nessuno dei comuni mortali ha ancora potuto vedere (e leggere) il dispositivo nella sua interezza, credo ci si debba porre fin da subito una domanda: cosa della legislazione ordinaria non può essere applicato già oggi alla Rete, sia in termini di garanzia dei diritti che in ordine alle misure repressive? Di certo, la storia degli ultimi anni è costellata di (cattivi) esempi dove ogni volta che qualcuno ha cercato di mettere delle regole a Internet, queste si sono rivelate la via più rapida per arrivare a giustificare l’interdizione e spesso la censura.

Sono dell’opinione che tutte queste presunte norme a tutela dei diritti (spesso solo di qualcuno) abbiano un comune denominatore: saltare a piedi pari il giudice. Vorrei ricordare, giusto per mettere le mani avanti, che l’incredibile e anticostituzionale regolamento dell’Autorità per le garanzie nelle comunicazioni (Agcom) l’ha partorito questa stessa classe politica. La politica, nel senso più basso e spregevole del termine, ha consentito che un’autority potesse agire direttamente nel comminare, a sua discrezione, la limitazione delle libertà personali.

Al momento, comunque, l’unica cosa cui è dato a sapere sono i filoni programmatici, cioè i punti cardine di questa “indispensabile” web-costituzione. Nel dettaglio, i principali temi “forti” riguardano la neutralità e la trasparenza della rete (come se invece per quanto attiene la libertà di stampa fossimo a posto, sì al 49° posto, dopo il Niger), l’assicurazione per i diritti umani e le libertà fondamentali, il rispetto della dignità e dell’integrità della sfera personale di ciascuno e la sua libertà di espressione (varrà solo per le sfere, alte e basse, della politica o anche per i blogger?), la tutela dell’autonomia di ciascuno anche nella propria identità digitale e la riservatezza dei dati personali (è un modo elegante per dire che verrà istituita una sorta di anagrafe della Rete? A quando la richiesta dei documenti per andare al cinema?), la garanzia della cittadinanza in Rete, attraverso l’accesso universale all’infrastruttura, l’apertura dei dati del settore pubblico e la loro libera utilizzazione nei limiti della legge e la fruizione da parte di tutti come mezzo di diffusione e condivisione (per dire, l’art. 3 della Costituzione, quella vera, non è già più che sufficiente per includere anche questi diritti?), l’agevolazione e la circolazione della conoscenza e dei contenuti in Rete (bene, e come mai la RAI, la televisione di stato, non mette tutti i suoi contenuti su YouTube?).

Prendetela come una forma di contrapposizione preventiva, ma tutto questo marchingegno che stanno mettendo in piedi ha molto le sembianze e l’olezzo cadaverico della sbandieratissima Posta Elettronica Certificata (PEC) che, per chi ancora non lo sapesse, funziona solo in Italia. Con buona pace dell’interoperabilità e dell’universalità che sono alla base della filosofia della Rete.

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