Tanto smetto quando voglio

Ci sono domande che lasciano interdetti. Succede, per esempio, quando ti chiedono se sai perché le marmotte bevono l’antigelo delle automobili, oppure che fine ha fatto la seconda stanghetta del simbolo del dollaro, e via di questo passo fino a scomodare la proverbiale competizione temporale fra l’uovo e la gallina.

A parte una latente forma di idiosincrasia verso il disordine (è noto come le domande senza risposta facciano aumentare a dismisura l’entropia del cosmo), fino all’altro ieri le mie giornate scivolavano via senza particolari sobbalzi. Ogni mattina mi sciroppavo qualche centinaio di feed sugli argomenti più disparati, la dose minima per alimentare la bulimia dei social media e mi sentivo decisamente più vivo quando riuscivo ad infilzare il tasto del “segna tutto come già letto”. In definitiva, né più né meno di quello che fanno tutti gli operai della rete, dai SMM ai SEO, passando per il piano un po’ più intraprendente dei community manager.

Poi, una mattina, la domanda triviale che non avevo mai preso in considerazione: “Perché non hai un blog?”. Già, perché non ho un blog?

Se sono qui, è evidente che il finale ve l’ho già svelato. Ad ogni modo, con buona pace delle marmotte dello Yosemite, la domanda ha più di una risposta. Questo blog, a modo suo, è il tentativo di dimostrare che per quanto le piattaforme sociali siano così avvolgenti e addirittura totalizzanti (racconto sempre di quel tale che in un megastore di elettronica voleva comprare un computer per andare su Facebook), serve un posto dove raccontarsi e condividere esperienze. Non che tutto questo non possa avvenire anche dentro i magazzini sociali, ma il rumore di fondo generato dai vari copia-incolla di animaletti pelosi e di bufale sesquipedali è talmente assordante che all’approfondimento si preferisce l’emozione forte e istantanea. La condivisione è il nuovo potere della comunicazione e parafrasando il buon vecchio McLuhan potremmo dire che “il like è il messaggio”.

Di certo, ad ogni buon conto, oggi un blog non potrebbe sopravvivere senza i social media che, con tutte le difficoltà appena dette, fanno pur sempre il loro duro lavoro di megafono, di microfono, di spazio d’incontro. Quindi il rapporto blog-social me lo immagino un po’ come quello che intercorre fra il portabiciclette e le biciclette. Le due ruote ci servono per esplorare e conoscere, poi alla sera le parcheggiamo nella rastrelliera. Ci rilassiamo, riflettiamo, riordiniamo le idee e, se necessario, diamo anche un po’ d’olio alla catena.

Ecco un’altra risposta: un blog serve anche, forse soprattutto, per chiarirsi le idee. Riappropriarsi di un tempo lento, che fa da contraltare alle brusche accelerazioni delle reti sociali. È indispensabile per scrivere bene, cancellare, ricominciare.

Quasi subito, ci si accorge che avere un blog significa anche darsi delle regole. Una su tutte: scrivere con continuità. Se manco un mese da Twitter non casca il mondo, giusto Klout farà un po’ il risentito, ma se sul mio blog a ferragosto ho in prima pagina ancora gli auguri di Pasqua non ci faccio una bella figura e, in ogni caso, comunico ugualmente qualcosa di me. E non sarà certo positiva.

All’inizio, come credo sia successo a tanti, si impiega molto tempo a cercare e perfezionare il tema. In realtà, la vera soddisfazione deriva dallo sbocco creativo che offre questo luogo tutto nostro. Quando si comincia a scrivere succede qualcosa di indefinibile, un misto di leggerezza e piacere. Si perde il ritmo delle grandi e piccole faccende quotidiane, si resta sospesi con un piede nella realtà e la mente ben al di sopra delle nuvole, si innesca una reazione di sublimazione, indistinguibile per certi versi dall’invenzione.

E poi, lasciatemelo dire, avevo proprio bisogno di raccontare delle storie dove “chi si è” si mescola con “quello che si fa”, cercando un punto di equilibrio che fa pensare più alle persone e meno ai ruoli.

Vi ricordate Max Tooney, quello del film La leggenda del pianista sull’oceano? Lui diceva che “Non sei mai davvero fregato finché hai da parte una buona storia e qualcuno a cui raccontarla”. Mi piacerebbe iniziare da qui e, se del caso, smettere quando voglio.

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